Che lo spray possa essere la cura del futuro contro le malattie neurodegenerative è un’ipotesi sempre più presente nel mondo della scienza: scienziati di tutto il mondo stanno provando diverse combinazioni per capire come fermare il declino cognitivo causato dall’Alzheimer, e l’ultimo studio a riguardo è stato condotto proprio in Italia dall’Università Cattolica del Sacro Cuore, dalla Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS e dal Centro di Ricerca E. Menni di Fondazione Poliambulanza. I ricercatori hanno sperimentato uno spray nasale che contiene delle vescicole extracellulari che è riuscito a raggiungere il cervello, a ridurre la neuroinfiammazione e a proteggere la memoria le funzioni neuronali, e può quindi essere una vera svolta per la cura dell'Alzheimer.
Lo spray nasale contro l’Alzheimer contiene vescicole extracellulari, piccolissime strutture rilasciate naturalmente dalle cellule e capaci di trasportare molecole e segnali biologici. In questo caso le vescicole derivano dalle cellule della membrana amniotica, una componente della placenta già studiata per le sue proprietà protettive, rigenerative e immunomodulanti. Queste vescicole sono riuscite a raggiungere l’ippocampo, una delle aree cerebrali fondamentali per la memoria e tra quelle più colpite dall’Alzheimer: una volta arrivate nel cervello sono state incorporate sia dai neuroni sia dalla microglia, ovvero le cellule che partecipano ai meccanismi di difesa e sorveglianza del sistema nervoso centrale. Del resto, proprio questa estate un altro studio dell’Università del Texas aveva analizzato il ruolo delle vescicole extracellulari nel contrastare il declino cognitivo: i ricercatori sostenevano che tramite uno spray nasale queste vescicole – trasportando i microRna in grado di regolare l’attività dei geni – potessero intervenire “spegnendo” i meccanismi dell’infiammazione cronica, uno dei principali fattori che contribuiscono all’invecchiamento del cervello.Secondo i ricercatori questo spray modifica il microambiente infiammatorio del cervello, cambiando lo stato funzionale e la morfologia della microglia e creando condizioni più favorevoli alla sopravvivenza e al funzionamento dei neuroni. L’effetto riguarda soprattutto le sinapsi, cioè le connessioni attraverso le quali i neuroni comunicano tra loro. Nell’ippocampo degli animali trattati e nei neuroni umani studiati in laboratorio sono aumentati i livelli di proteine coinvolte nella plasticità neuronale, nell’efficienza della trasmissione sinaptica e nei processi legati alla memoria. Proprio la memoria è uno degli aspetti più interessanti dello studio: i ricercatori hanno valutato le prestazioni attraverso test di memoria di riconoscimento, memoria spaziale e memoria di lavoro, osservando un miglioramento associato agli effetti cellulari e molecolari prodotti dal trattamento.
Per il momento lo spray non è una cura disponibile per l’Alzheimer. I risultati ottenuti sono preclinici e dovranno essere confermati da ulteriori studi, soprattutto sull’uomo: “Si tratta di risultati preclinici che richiedono ulteriori validazioni nell’uomo e non rappresentano ancora una terapia disponibile per la malattia di Alzheimer – ha spiegato il professor Claudio Grassi, ordinario di Fisiologia e direttore del Dipartimento di Neuroscienze dell'Università Cattolica – ma indicano una direzione molto promettente. Comprendere se alcuni dei meccanismi attraverso i quali la placenta regola naturalmente l’infiammazione e protegge i tessuti possano offrire nuovi strumenti per il trattamento delle malattie neurodegenerative e, più in generale, se l’impiego delle vescicole extracellulari rappresenti una nuova frontiera per la terapia delle malattie di interesse neurologico”.
