giovedì 3 giugno 2021

5 ANNI SENZA IL PIU' GRANDE DELLA BOXE

MUHAMMAD ALI' IL MITO

di Fausto Narducci (fonte Gazzetta dello Sport)

Come dimenticare quel brusco risveglio di cinque anni fa. Quell’alba italiana del 3 giugno 2016 sferzata dal dolore per le notizie che arrivavano dall’America: alle 21.10 locali (le 6.10 italiane) nei dintorni di Phoenix (Arizona) si era spento a 74 anni Muhammad Ali, semplicemente “Il Più grande di tutti i tempi”. Non una semplice opinione, questa, ma l’acronimo che lo stesso ex pugile aveva riportato sulla targa alla porta del suo ultimo ufficio e che era diventata di colpo una tragica epigrafe. Goat, Greatest Of All Time, nelle intenzioni del suo ideatore era però l’equivalente della parla capra (goat) e un richiamo al suo Dio musulmano. “Io, sorrideva Ali quando la pronunciava, nell’universo ho l’importanza di una capra”.

IL LIBRO- Muhammad Ali aveva, e avrà, sicuramente più importanza per noi sportivi che abitiamo la Terra, come dimostra il volume a lui dedicato nella collana dei Miti dello Sport che trovate in edicola, con la Gazzetta a 4,99 euro, in versione aggiornata per l’anniversario della morte. In qualunque referendum, in ogni angolo del globo, quando se ne fa uno sul “più grande sportivo di sempre” vince sempre lui, con poche eccezioni. Era successo anche per la Gazzetta quando il 3 aprile 2016 scegliemmo la “leggenda delle leggende” per celebrare i 120 anni del nostro giornale: la giuria dei giornalisti della Gazzetta votò a larga maggioranza Muhammad Ali e quella storica Gazzetta verde sotto la scritta “120” mostra l’immancabile pugno dell’ex pugile che, attraverso la moglie Lonnie, ci inviò un memorabile messaggio di ringraziamento. L’altra parte della storia (quella meno bella) rivela che già negli ultimi anni di carriera, alla fine degli Anni Settanta, quest’uomo baciato dal talento e dalla vita aveva cominciato a soffrire di un progressivo rallentamento della parola e dei gesti (sicuramente conseguenza dei troppi pugni) che dopo il ritiro sarebbero stati diagnosticati come “sindrome del morbo di Parkinson”. Era così cominciata una vita al ralenti con cui tutti noi giornalisti ci eravamo confrontati quando lo intervistavamo (emetteva sussurri che, finché erano percettibili, venivano “tradotti” dalla moglie) e che il mondo scoprì drammaticamente all’Olimpiade di Atlanta ’96 quando la mano tremolante del Più Grande, grazie a un marchingegno meccanico”, accese il fuoco di Olimpia. Molti di noi considerano la sua salita al tripode, lenta ma sontuosa, uno dei momenti più emozionanti di tutta la storia olimpica.

IL RECORD

Tre titoli mondiali

Sportivamente il campione olimpico dei mediomassimi di Roma ’60 (col nome Cassius Clay) e il campione mondiale dei massimi (col nome Muhammad Ali) ha saputo far parlare i pugni come la bocca che muoveva con altrettanta velocità meritandosi l’appellativo di “Labbro di Louisville”. Al di là dell’importante curriculum professionistico (56 vittorie e 5 sconfitte con soli quattro atterramenti in tutta la carriera) va però fatta una precisazione: quasi dappertutto troverete che Muhammad Ali è stato l’unico pugile a conquistare tre volte il titolo mondiale dei massimi (con Sonny Liston nella versione Wba e Wbc nel ’64, con George Foreman sempre nella versione Wba e Wbc nel ’74 e con Leon Spinks nella versione Wba nel ’78) ma non è esattamente così. Muhamad Ali è stato sicuramente il primo a conquistare tre volte la corona dei massimi ma non l’unico. Dopo di lui la moltiplicazione delle sigle (la cosiddetta “guerra dell’alfabeto”) ha consentito un’impresa simile (di valore molto più ridotto) anche a Lennox Lewis ed Evander Holyfield. La stampa americana si è così inventata il “lineal championship” la cui corona simbolica si conquista battendo l’ultimo titolare indiscusso della propria categoria di peso. In questo senso Muhammad Ali è considerato l’unico peso massimo della storia ad aver conquistato tre volte il titolo “lineare”.

I MISTERI

Il no al Vietnam

Artifici statistici che nulla tolgono o aggiungono a un campione come Ali, che è il “più Grande” non solo per le sue imprese sul ring ma per come ha dominato la scena sportiva della sua epoca. Per resistere alla pressione che il governo e l’opinione pubblica americana gli mettevano addosso per andare il Vietnam non serviva un grande campione di boxe ma un grande uomo: il 28 aprile 1967 Ali firmò il documento di diniego davanti alla Commissione che lo aveva consegnato all’Esercito, perse la licenza pugilistica per quattro anni ma non fece un solo giorno dei quattro anni di carcere a cui fu condannato il 20 giugno ’67. Un altro argomento su cui c’è molta confusione: Ali trascorse sette anni in cella solo per una pretestuosa violazione del codice stradale.

L’ORO DI ROMA

Quella rissa inventata

Un altro episodio che fa sorridere per come è stato divulgato (anche dalla cinematografia ufficiale) è quello celebre della medaglia d’oro di Roma ’60 gettata per protesta nel fiume Ohio dopo la rissa con i bulli fuori dal ristorante dove non era stato accolto perché “nero”. Niente di tutto questo. Oggi possiamo considerare l’episodio in buona parte inventato per lanciare l’autobiografia “Il più grande” scritta con Richard Durham nel ’75, alla vigilia del terzo incontro con Joe Frazier. C’erano voluti 15 anni dall’oro di Roma ’60 perché Ali rivelasse in un libro questo episodio inedito ma ci volle solo qualche mese perché, pressato dalle domande in conferenza stampa, cominciasse ad ammettere che si trattava di un “ricamo” del co-autore Durham di cui “non aveva letto l’ultima stesura del libro”. Solo la storia del ristorante era vera e finalmente, a fine carriera, Ali confessò: “La medaglia di Roma? In realtà non so che fine abbia fatto, forse l’ho persa in un trasloco”. Ma intanto la storia della “medaglia gettata nel fiume” aveva già fatto il giro del mondo e si era imposta come autentica al punto che prima il Cio (nel ’96) e poi il Coni italiano (nel ’99) hanno solennemente consegnato all’ex pugile una copia della decorazione.

L’ULTIMO FILM

Io sono il più grande

Per chi volesse approfondire la storia di Ali attraverso la ricca cinematografia a lui dedicata c’è ora un nuovo film che si aggiunge ai cinque capolavori conosciuti: “Io sono il più grande” del ’77, “Quando eravamo Re” del ’96 (vincitore dell’Oscar nella sezione documentari), “Ali: An American Hero (2000), Alì (2001) e Muhammad Ali’s Greatest Fight (2013). In piena pandemia al Festival di Venezia del 2020, piuttosto in sordina, è stato presentato “One Night in Miami” di Regina King, ora disponibile in streaming su Amazon. Tratto dall’omonima piece teatrale di Kemp Powers, si riferisce al 25 febbraio 1964 e racconta la notte trascorsa da Cassius Clay all’Hampton House Motel dopo aver conquistato il titolo contro Sonny Liston. La conversione all’Islam è un altro degli episodi controversi della storia di Ali. Molti biografi fanno risalire la conversione appunto al 28 febbraio 1968, data del clamoroso annuncio avvenuto tre giorni dopo la conquista del Mondiale contro Liston. Ma era stato nel ’59 che Cassius Clay, a soli 17 anni, aveva scoperto l’esistenza dei musulmani dell’onorevole Elijah Muhammad e fu nel febbraio ’61, mentre preparava a Miami il quinto incontro pro’ con Donnie Fleeman, che ascoltò per la prima volta in una moschea l’orazione che lo folgorò. Ali rimase sempre fedele alle teorie moderate della Nation of Island e, dopo l’assassinio di Malcom X che sicuramente lo influenzò, non sposò mai le teorie estremiste dei suoi seguaci. Un altro sintomo della sua grandezza fu appunto il suo ruolo diplomatico come ambasciatore di pace e comprensione fra le varie ideologie, non solo religiose.

CHE COSA RESTA

L’eredità

A cinque anni dalla morte il mito di Muhammad Ali resta indelebile anche se i figli si sono distinti per esternazioni controverse e solo Laila, una delle più grandi pugilesse di tutti i tempi, ha seguito la strada del ring. Nonostante sei discendenti ufficiali più due figli illegittimi, a rimanergli più vicino negli ultimi giorni di vita è stato il figlio adottivo Asaad, come dice la quarta moglie “il compagno di giochi di un padre che non aveva mai dedicato molto tempo ai figli”. Proprio Yolanda “Lonnie” Williams, la quarta moglie di 4 anni più giovane del marito, nonostante le tre lauree era stata negli ultimi anni una fedele infermiera che non si vergognava di dire: “Ali è stato contemporaneamente marito, figlio e amico”. Oggi è lei a portare avanti la Fondazione e il Muhammad Ali Center di Lousville, dove Ali era nato e dove è ora sepolto al Cave Hill Cemetery. La processione funebre di venerdì 10 giugno di cinque anni fa è stato un evento anche televisivo a cui hanno partecipato grandi personaggi dello sport, dello spettacolo e della politica. Per ricordare il mito, Louisville celebra ogni anno un Festival che a cinque anni dalla morte, da oggi al 13 giugno, avrà un significato particolare. In tempi di pandemia, di emergenza sociale e anche economica (la crisi del turismo coinvolge anche l’America) il festival, incentrato sul documentario “The City of Ali”, sarà un grande motivo di attrazione. D’altre parte anche il movimento Black Lives Matter è debitore non solo alle istanze del Black Power ma anche allo stesso Ali. Nel 2007 quando il grande LeBron James durante le finali Nba aveva denunciato che la sua casa di Los Angeles era stata tappezzata di scritte razziste, aveva ricordato che tutto era partito dal caso di Emmett Till. I quattordicenne ucciso nel ’55 nel Mississippi per aver osato rivolgere la parola a una cassiera bianca che diede al coetaneo Cassius la consapevolezza di dover combattere la “causa dei neri”. Quando una giuria di soli bianchi assolse i suoi giustizieri in soli 77 minuti di seduta, il futuro Muhammad Ali, appena avviatosi al pugilato, volle onorare Emmett facendo deragliare un treno di passaggio da Louisville. Il suo unico atto di teppismo ma la rabbia di Ali e quella degli sportivi che oggi si inginocchiano per protesta nei palazzetti e negli stadi hanno le stesse radici.


 

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