sabato 23 marzo 2024

IL MONDO DI FRANCESCA TANDOI

RITMO, CANTO E JAZZ

(fonte Tgcom)

Energizzante. No, non è la pubblicità della famosa bevanda che ti mette le ali, ma un disco uscito il 27 febbraio scorso firmato dalla pianista jazz Francesca Tandoi in trio con Matheus Nicolaiewsky al contrabbasso e Sander Smeets alla batteria. Bop Web il titolo, un omaggio al Be Bop e a Dizzy Gillespie in chiave moderna. «Un disco, credo, nato in contrasto a chi mi definisce la Diana Krall italiana, che canta e fa musica romantica… Ho detto: “Mo’ ve faccio vedè io», scherza l’artista. 

Un lavoro – lo dico in premessa – che a dispetto del jazz come siamo abituati ad ascoltarlo, seduti in silenzio sulle nostre seggioline, non ti fa stare fermo. Velocità, precisione, improvvisazione studiata nei minimi particolari, la voce di Francesca che contribuisce con il canto, come in Overjoyed, a creare la giusta atmosfera, ne fanno una musica fatta per ascoltare e ballare (d’altronde il jazz, genere popolare per eccellenza, aveva questo scopo), positiva che non lascia un secondo di respiro nelle accelerazioni, nel contrabbasso che macina chilometri su e giù per la tastiera, nella batteria sempre pronta a rispondere agli inviti di un pianoforte molto ritmico anche quando Francesca vola sui tasti. 

Un disco che ha più riferimenti compositivi, dal brano che dà il titolo al lavoro, Bop Web, un contrafact di Be Bop di Gillespie, a You and the Lake and the Moon, che ricorda nelle prime note del “canto” Doce de Coco, struggente pezzo di Jacob do Bandolim divenuto un classico della musica brasiliana, ad Água de Beber di Tom Jobim, una partenza accelerata, con il pianoforte estremamente ritmico che poi rallenta nei refrain per riaccelerare, un’onda in continuo movimento.  

Francesca è di Roma. «Non vivo più nella capitale dal 2009, quando sono partita per perfezionarmi in Olanda dove sono rimasta 11 anni. Ora vivo a Bologna», mi racconta. Spiegato dunque il trio “olandese”: Matheus Nicolaiewsky è un brasiliano naturalizzato olandese e Sander Smeets è invece nato a Rotterdam. «Abbiamo studiato insieme», spiega l’artista. «Una collaborazione che dura da tanti tanti anni, ne abbiamo passate tante insieme. Un bel periodo di studi e di gioventù».

Il 27 febbraio il trio, per la prima volta a Milano al Blue Note, unica data italiana, ha fatto il sold out. Così anche a Parigi, da dove è partito il Bop Web tour che terminerà a fine marzo. 

Francesca com’è nato Bop Web?

«In un pomeriggio mentre eravamo in tour. Avevamo un day off e ho invitato Matheus e Sander in studio a suonare.“Ho un po’ di materiale da proporvi”, ho detto loro. Era questo disco. Abbiamo registrato di getto».

E il titolo Bop Web scritto da graffittaro?

«È il titolo del primo brano del disco che ho scritto sull’armonia di un brano degli anni Quaranta scritto da Dizzy Gillespie che si chiama Be Bop. Nel jazz è un’operazione che si fa spesso, è definita contrafact, scrivere un tema su un’armonia preesistente. In realtà il nome lo abbiamo pensato con gli altri membri della band perché Il contrabbassista ha un canale YouTube che si chiama proprio Bop Web. Per me Bop Web significa portare avanti la tradizione del jazz, mi ispiro a una musica che ha quasi cento anni, con la mia voce e con un tocco moderno».

Sei una musicista molto attiva sui social!

«Di base non ero una persona social. Lo sto facendo da un paio d’anni, da quando ho toccato con mano l’utilità del mezzo. Ho iniziato a riprendere i miei sound check e, visto che andava bene, ho cercato di perfezionarmi. Mi sono interessata a capire come funzionavano, avevo visto dei tutorial su come iniziare a crescere, si riferivano principalmente alle aziende. Come crescere come artista non c’è quasi nulla. E i consigli erano: essere chiari su quello che vendi, avere un prodotto specifico, usare un’inquadratura riconoscibile. Regole che ho applicato alle mie riprese. I post hanno avuto molto successo. Poi il fatto che sia bionda attira, la gente scrolla, vede il biondo, la mano veloce, e mi riconosce, è un po’ il mio marchio di fabbrica. Ho tentato anche di proporre pezzi diversi, più lenti, però, visto che attirano pezzi veloci, vado su quelli. Grazie a ciò ho trovato molto, molto lavoro in tutto il mondo, lavori anche molto importanti. Non ci spendo più di tanto tempo: quando suono, faccio il video e lo posto».

È arrivato prima il canto o il pianoforte?

«Assolutamente il pianoforte. Il canto è un qualcosa che mi diverto a fare, l’ho studiato per piacere  personale. Non mi considero una cantante, sono una pianista. Canto perché credo mi riesca abbastanza bene, piace molto, è un momento apprezzato, soprattutto avvicina il pubblico alla musica strumentale, non sempre di facile ascolto. Durante un concerto canto in un paio di brani, tre al massimo».

E il jazz? Come ti sei avvicinata?

«È arrivato ancora prima del pianoforte. Vengo da una famiglia di non musicisti di non appassionati di jazz. Da bambina piccola, piccola ho ascoltato un brano alla radio e mi sono innamorata. Non sapevo cosa fosse, un ascolto spontaneo, innocente, pura emozione. Mi ricordo che ho chiesto a mia mamma che cosa fosse quella musica e le mi rispose: “Questo è jazz”. E io: “Voglio fare la pianista jazz”. Questo ricordo è stato  un pallino che mi è rimasto. Sono cresciuta e ho pregato i miei genitori di mandarmi a lezioni di piano, poi ho seguito l’iter classico, il conservatorio, i corsi di perfezionamento… Il jazz mi veniva, tra molte virgolette, facile, per cui  ho cominciato a suonare in giro da adolescente con le prime band».

Siete un trio che funziona da tempo?

«Sì, dal 2016 che collaboriamo insieme».

Hai inserito un pezzo brasiliano, Agua de Beber, un bel pezzo rivisitato!

«È stato completamente stravolto!».

Per te cosa vuol dire suonare jazz?

«Il mio proposito come artista è restituire al mondo quell’emozione indescrivibile che ho provato nell’ascoltare i miei eroi musicali. Spero di essere un’ispirazione e di offrire emozioni forti».

Fai tanti live in Europa, in America, c’è differenza tra quei pubblici e il pubblico italiano?

«È una domanda ricorrente. Ho vissuto in Olanda, viaggiato tantissimo e suonato altrettanto in Nord Europa. Ogni nazione ha il mito delle altre nazioni. Ti dico che, invece, in Italia abbiamo un ottimo pubblico, un’ottima offerta di concerti, un ottimo livello di artisti, tra i migliori del mondo. Qui – lo dico sempre da quando sono tornata – non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, in molti sensi. La musica in primis: in Italia il mio lavoro è migliorato e s’è incrementato, come le mie soddisfazioni personali. Continuo a lavorare anche all’estero ovviamente. Penso che nel nostro Paese ci sia molto spazio e il pubblico si sta sempre di più appassionando al jazz, grazie ai numerosi festival estivi. Sono molto felice perché quando sono partita per l’Olanda ero giovanissima non avevo un’idea ben precisa e la gente mi diceva: “Vedrai su al Nord hanno più rispetto per la musica, ti troverai benissimo. Mi sono effettivamente trovata molto bene e quando ho fatto ritorno in Italia avevo paura che quest’esperienza positiva finisse, lo stavo vivendo quasi come una sconfitta. E invece no, sono felice di essere tornata a casa».

Abbiamo tanti bravi musicisti jazz, soprattutto in Sicilia, Sardegna, Puglia e Campania…

«È vero. Secondo me è anche il mare, i colori, la bellezza che stimola e aiuta. Ogni volta che vado via per lavoro fuori dal nostro Paese non vedo l’ora di tornare perché la bellezza con cui siamo costantemente in contatto non può che ispirare un artista, renderlo unico, speciale. In Nord Europa è bello andare per studiare, c’è gente molto preparata, ma noi abbiamo quel qualcosa in più che ha a che fare con le meraviglie alle quali siamo esposti costantemente».

Come nascono le tue composizioni?

«È il pezzo che viene da me, se mi metto al piano cercando di comporre qualcosa non mi esce nulla. A un certo punto inizia a risuonarmi nella testa una melodia, di giorno, di notte, mentre guido o lavoro, arriva! E non  ho bisogno di correre subito al piano e scriverla. Magari l’appunto sul memo vocale dello smartphone, non la dimentico, mi rimane in testa. È una cosa molto spontanea. Tutto quello che ho scritto, cominciano a essere una trentina di pezzi, sono arrivati da soli».

Fa parte di quella emozione che hai provato da piccola e continua intatta…

«Forse, sì… davvero!».

Hai un bel programma fitto di concerti da New York a Vicenza passando per l’Europa.

«Il tour è partito a gennaio, quando ancora non era uscito il cd, da Parigi e finisce a fine marzo a Rotterdam. Poi farò delle date con il trio italiano con cui porterò ugualmente in giro anche Bop Web e altri progetti. Non mi fermo mai!».

Chi c’è con te nel trio italiano?

«Stefano Senni al contrabbasso, che tra l’altro è mio marito – tra l’altro però! Ci siamo conosciuti lavorando insieme, ci siamo prima innamorati musicalmente e poi è venuto tutto il resto – e Giovanni Campanella, un bravissimo batterista molisano che vive a Roma con cui collaboro da tanti anni, è stato uno dei primi batteristi con cui ho suonato quando vivevo a Roma».

Cosa ascolti?

«Musica classica, Debussy, Ravel, Rachmaninov, Čajkovskij, mi piace molto ascoltare brani dove la melodia è molto forte. La uso anche per ispirarmi per le mie composizioni. E poi… sono una fan sfegatata di Claudio Baglioni, una cosa allucinante! I pezzi di Baglioni sono stupendi. È molto legato alla romanità, i non romani lo guardano con un po’ di sospetto. I suoi album degli anni Settanta e Ottanta sono una cosa incredibile. Ogni tanto faccio le “maratone di Baglioni” e mi vien da piangere, mi emoziona sempre».

La musica ti prende proprio…

«Sono molto emotiva sì. L’altro giorno una conoscente mi ha detto: “Ho ascoltato il disco, non mi interesso di jazz ma mi è piaciuto”. Le ho domandato: “Che cosa ti è piaciuto?”. Mi ha risposto: “Il fatto di poterlo mettere di sottofondo mentre lavoro”. Mi ha lasciata perplessa perché non riesco ad ascoltare musica e a fare qualcos’altro nel frattempo. Se mi trovo in un locale e inizia a suonare una canzone che mi prende molto, smetto di chiacchierare e ascolto…».

 

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