lunedì 12 aprile 2021

RUGBY IN LUTTO

MASSIMO CUTTITTA MORTO PER COVID A SOLI 54 ANNI

di Roberto Parretta

Se si analizzano le ragioni per le quali per una ventina d'anni la mischia della Nazionale italiana di rugby è stata fra le più temute al mondo, alla voce nomi e cognomi se ne trova soprattutto una: Massimo Cuttitta. Per tutti da sempre "Maus", il leggendario pilone azzurro se n'è andato questa sera a soli 54 anni. A sconfiggerlo è stato l'avversario più infido mai incontrato: il Covid. Malattia che solo 3 giorni fa si era portata via anche la mamma. Erano stati ricoverati insieme all'ospedale di Albano (provincia di Roma) dalla fine di marzo, era stata intubata prima la mamma Nunzia e poi anche lui, ma purtroppo la situazione non si è rivelata recuperabile.

Al Mondiale del 1995 in Sudafrica Massimo Cuttitta fu protagonista anche per questa meta, segnata in maglia azzurra contro l'Inghilterra

CARRIERA—A piangerlo non è solo il rugby italiano, ma tutta la famiglia ovale internazionale. Nato a Latina da famiglia napoletana, Massimo, assieme al gemello Marcello e al terzo fratello Michael, ha scoperto il rugby in Sudafrica, dove la famiglia si era trasferita negli anni '80. Michael avrebbe poi smesso per dedicarsi agli studi di ingegneria, mentre Massimo e Marcello avrebbero fatto la storia del rugby italiano: Maus con 69 caps tra il 1990 e il 2000, il secondo, che a dispetto di quanto si potrebbe pensare maturò un fisico totalmente diverso e andò a giocare all'ala, 54 caps e 24 mete in azzurro (primato ancora imbattuto) tra il 1987 e il 1999. Entrambi protagonisti di quel ciclo di successi che permisero all'Italia prima di avanzare la candidatura e poi di ottenere un posto nel nuovo Sei Nazioni, di cui Massimo fece in tempo a giocare la prima edizione, prima che un infortunio lo spingesse a mettere fine alla sua carriera internazionale. Tornati in Italia dal Sudafrica, i fratelli Cuttitta furono ingaggiati dalla Scavolini L'Aquila: ma la squadra che più ha dato in termini di successo al pilone è stata Milano, con la quale avrebbe vinto 4 scudetti. In mezzo anche una breve parentesi a Londra con gli Harlequins. Già da giocatore Cuttitta comincia a interessarsi alle dinamiche che poi avrebbe esplorato trasformandosi in un tecnico dalla grande efficacia, ovviamente nel pacchetto degli avanti. Lo chiamano a Edimburgo, poi torna per un breve periodo a L’Aquila, prima di accettare l'offerta della Scozia, dove si ritaglierà un ruolo fondamentale nella crescita della nazionale del Cardo.

ORIGINI— Una famiglia legata comunque alle sue origini, quella dei fratelli Cuttitta, che nel 2011 aprono nella loro Anzio la scuola di rugby "Cuttitta Brothers". In azzurro il suo nome è legato a quello dei tecnici francesi Bertrand Fourcade e George Coste, che lo porteranno a giocare due Coppe del Mondo: Inghilterra 1991 e Sudafrica 1995. Curiosamente, quando lasciò la Nazionale, lo fece giocando la penultima partita del Sei Nazioni 2000 con l'Inghilterra a Roma, subentrando al pilone destro Tino Paoletti nel giorno dell'esordio di un altro pilone che avrebbe fatto la storia: Andrea Lo Cicero: "Ma ovviamente a spostarmi e andare a destra fui io - ricorda il Barone - con lui avevamo sempre parlato e ogni chiacchierata era piena di consigli, non solo in quella settimana. Lui mi vedeva come suo erede, aveva visto in me la testardaggine e la determinazione necessarie. È stata un'ottima guida, ai giovani raccontava che davanti avevano un percorso da affrontare con voglia di fare senza mai arrendersi. Una persona squisita, tanto duro in campo quanto amorevole fuori, nel pieno stile dei rugbisti di una volta. Uno che mai ti avrebbe dato una fregatura". Con Paolo Vaccari, invece, Cuttitta aveva condiviso il lungo viaggio verso il Sei Nazioni. Con qualche marachella da ricordare: "Alla Coppa del Mondo del 1995 scappavamo di nascosto dall'hotel per andare a comprare quella carne essiccata salatissima sudafricana, il biltong. Ne mangiava a chili... tutte proteine!". Una carriera praticamente trascorsa a braccetto tra Vaccari e Cuttitta: "E anche il dopo. Ero rimasto stupito di come quel giocatore così irruento fosse diventato un allenatore/educatore così maturo e sereno. Era contento di quello che è stato il suo percorso, che lo ha reso un uomo completo, capace di affrontare qualsiasi cosa. E non aveva assolutamente il rammarico di non essere mai entrato nello staff della Nazionale, piuttosto era dispiaciuto per non avere potuto mettere in pratica un progetto che secondo lui avrebbe caratterizzato il futuro. Aveva ora deciso di fermarsi, non voleva più girare, voleva stare vicino alla mamma. Si era messo a restaurare auto antiche". Avrebbe forse aiutato anche a restaurare una Nazionale un po' ammaccata.

 

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