domenica 18 settembre 2022

VIENNA

ARTE SOTTO I RIFLETTORI

La Viennacontemporary cambia pelle. Dimensioni più ridotte a vantaggio di qualità, impegno sociale, rafforzamento dei legami con l’Est Europa. L’edizione di quest’anno ha attratto oltre 10mila tra visitatori, collezionisti e appassionati; 62 gallerie internazionali provenienti da 17 Paesi, per un totale di 195 artisti. L’abbandono della periferia, il recupero delle istanze originarie, il riposizionamento come organizzazione no-profit, un board rinnovato e l’uscita di scena dell’azionista di maggioranza Dimitry Aksenov, immobiliarista russo di Novosibirsk che possedeva una partecipazione del 70%, segnano una netta discontinuità con il passato. La connessione con il cuore della città è di per sé una dichiarazione d’intenti. Scegliendo la sede neo-rinascimentale del Kursalon Wien la fiera d’arte più importante dell’Austria e tra le principali del circuito mondiale, manifesta la precisa volontà di voler far parte del tessuto urbano, della società civile, diventando essa stessa centro propulsore di nuove tendenze, mercato emergente, luogo di inclusione in cui far crescere giovani talenti, come sottolinea nel suo discorso d’apertura Boris Marte, membro del Consiglio della Viennacontemporary e CEO di Erste Foundation. Questa necessità di tornare all’essenza si estrinseca anche nell’impegno politico espresso dallo “Statement Ukraine” una sezione interamente dedicata all’Ucraina alla Weissehaus. Un impegno civile che si riflette nell’arte perché è impossibile ignorare un conflitto così sanguinoso che dilania il cuore dell’Europa, seminando morte, distruzione, insicurezza. Uno sguardo sull’Europa e sul mondo, con un chiaro obiettivo di internazionalizzare Vienna e l’Austria come luoghi privilegiati per l’arte contemporanea, come mette in evidenza nel suo intervento introduttivo l’Amministratore Delegato Markus Huber. Scopriamo di più sulle strategie e la visione che animano il nuovo corso della Viennacontemporary. 

Incremento della qualità e aderenza ai tempi difficili che stiamo vivendo, questa sembra essere la nuova visione che guida la Viennacontemporary. “Intendiamo adottare un approccio di tipo qualitativo ed è molto semplice: devi esporre arte di ottimo livello per far venire collezionisti di livello -così mi spiega il Direttore Artistico Boris Ondreička– Non è un obiettivo facile da raggiungere, ma contiamo realisticamente di riplasmare la fiera nell’arco di tre, cinque anni”. Un processo articolato che implica un lavoro anche sul piano della reputazione. “Il nostro business è estremamente legato al fattore reputazionale, un qualcosa che va costruito, passo dopo passo, e tra i nostri obiettivi c’è anche quello di essere una fiera nella quale vengono vendute molte opere -mi racconta il Direttore Artistico Boris Ondreička– Dobbiamo avere una solida reputazione legata al fatto che da noi si effettuano molte vendite. Non vorrei creare questa impressione che la Viennacontemporary sia una fiera romantica, vediamo arte e sappiamo che alla fine di questa iniziativa agli artisti andrà il 50% dei ricavi realizzati”. La reputazione si conquista e consolida anche favorendo le vendite. “Ecco perché è fondamentale per noi fornire un ottimo servizio alle gallerie d’arte -rilancia Ondreička- Ma, al tempo stesso, avere rapporti molto stretti con esse, riuscendo a negoziare aspetti particolari relativi a contenuti e valori proposti”. 

Dall’alto è possibile abbracciare con lo sguardo quasi tutti gli stand, in questa versione della Viennacontemporary più a misura d’uomo. Colpiscono le opere dell’artsita tedesca Ulrike Rosenbach che risentono dell’influenza del maestro Joseph Beuys e sviluppano tematiche quali condizione della donna, identità, autodeterminazione, attraverso un accattivante linguaggio pop, come pure i lavori di Ashley Hans Scheirl, artista e cineasta transgender di Salisburgo che tocca tematiche di identità di genere con dipinti dal potere visionario, in bilico tra pop e surrealismo. Suggestivi i colori delle tele di Myungil Lee della galleria coreana Gallery H.A.N. La tedesca Lena Henke esplora l’universo femminile proponendo semplici elettrodomestici trasformati in oggetti d’arte, utilizzando materiali e tecniche innovativi: spremiagrumi, frullatori, planetarie assurgono a totem colorati diventando sculture su di un piedistallo. Altrettanto incisivi i lavori di Julija Zaharijević che con la sue serie di Cabbage colorati, propone opere dall’alto valore estetico e simbolico. 

Le compravendite sono andate molto bene. Una delle splendide tele astratte dai colori accesi e le pennellate di grande intensità dell’artista Herbert Brandl, rappresentato dalla Galerie nächst St. Stephan Rosemarie Schwarzwälder, è stata acquistata da un collezionista viennese per 72mila euro. Quattro opere dell’artista ucraino Pavlo Makov, che tra l’altro è presente anche alla 59esima Biennale Arte di Venezia, ed è qui rappresentato dalla galleria The Naked Room di Kiev, sono state vendute per un totale di 120mila euro. Molto attive le gallerie berlinesi KOW e Persons Projects che hanno rispettivamente venduto un dipinto della giovane artista austriaca Sophie Gogl per 11mila 500 euro ad un collezionista austriaco e dieci lavori di Milja Laurila per 44mila euro ad un noto collezionista americano. Presente anche l’Italia con Galleria Doris Ghetta con opere di Alexandra Kadzevich e Sophie Hirsch; la 10 A.M. ART di Milano con opere di Ennio Chiggio, Claudio D’Angelo, Sandro de Alexandris, Franco Grignani; e la galleria VIN VIN che ha sede a Vienna ma è fondata dall’italiano Vincenzo Della Corte con opere di Anne Schmidt esposte nella sezione ZONE 1 dei giovani artisti.

Tra le giovani promesse dell’arte della sezione ZONE 1 spicca Selma Selman, artista bosniaca rappresentata dall’ungherese acb Galéria. È lei la vincitrice del premio Bildrecht SOLO Award 2022. Identità di genere e messaggi sociali forti permeano il lavoro della Selman che recupera materiale grezzo o di scarto dandogli nuova vita facendo assurgere ad opere d’arte vecchi tetti d’auto, sportelli e ferraglia che, grazie al suo gesto pittorico potente e intriso di ironia sembrano voler combattere a suon di sarcasmo ogni forma di repressione. La sezione “Statement Ukraine” si articola con la mostra collettiva “The Cockerel with Black Wings: A Recovered Hierloom”, curata da Kateryna Filyuk, alla Das Weissehaus, è un interessantissimo viaggio nella memoria che indaga sulle relazioni tra cimeli e radici, senza malinconia o sentimentalismo, ma evidenziando come, malgrado sofferenza e dolore, i cimeli possano diventare simboli di rinascita. Il titolo prende spunto dal libro di Edmund de Waal “The Zare with Amber Eyes: A Hidden Inheritance”, il cui racconto si snoda attraverso varie aree geografiche, toccando anche le città di Odessa e Vienna. Di straordinaria forza espressiva l’opera Hometown (2018) di Metahaven, una video-installazione di tipo immersivo girata tra Beirut e Kiev. Incertezza, impermanenza, l’affiorare dei ricordi che mescolano senso di familiarità dei luoghi e al contempo profonda estraneità per il continuo mutare delle cose.  

“Il conflitto tra Russia e Ucraina rappresenta un evento di portata mondiale che sta influenzando ogni aspetto della nostra vita quotidiana e coinvolge tutti a livello planetario, quindi non poteva esserci altro argomento da scegliere -afferma il Direttore Artistico Ondreička- Inoltre, essendo noi così vicini al confine con l’Ucraina abbiamo sentito questo bisogno urgente di reagire”. Chiedo al Direttore Artistico Boris Ondreička cosa ne pensi degli NFT che in questa edizione sono legati all’Ucraina, e se rappresentando una tendenza emergente nell’arte, la Viennacontemporary sarà aperta a queste nuove forme espressive digitali e più in generale all’arte digitale. “Siamo certamente aperti a NFT e arte digitale, abbiamo una divisione dedicata che in futuro sarà molto più visivamente connessa a noi, quindi ci siamo. Al tempo stesso però ci consideriamo progressisti scettici, siamo aperti a tutto quanto sia nuovo ma non riteniamo che gli NFT cambieranno il mondo, anche perché esistono dal 2014 e siamo già in possesso di dati sufficienti sui risultati di questo mercato, che è significativo ma non potrà cambiare il mondo” conclude Boris Ondreička. 

L’attuale Amministratore Delegato della Viennacontemporary è Mark Huber. Undici anni fa, quando la fiera era ai suoi inizi e si chiamava ancora Vienna Fair, è stato lui a ricoprire la carica di amministratore delegato. “A suo tempo si riconosceva a Vienna quel ruolo importante di ponte tra l’Ovest e l’Est, storicamente e anche culturalmente -mi racconta Markus Huber- La fiera ai suoi albori era fortemente focalizzata sui mercati emergenti, ma con il tempo si è smarrita questa vocazione per diventare più superficiali, e non lo dico solo perché poi ho smesso di essere l’AD”. Nel corso degli anni “Ha prevalso il desiderio di crescere in termini numerici, tanto che per un periodo siamo stati tra le 15 più importanti fiere d’arte del mondo, ma crescendo in dimensioni abbiamo avuto un calo in termini di qualità e qualunque contenuto con avevamo avviato con i nostri amici e partner dell’Est” prosegue Huber. “Nel riprendere le redini come AD ho chiesto innanzitutto indipendenza, dialogo ma nessuna influenza e ingerenza -mi spiega Huber- Così ho cambiato completamente il team artistico. Ho chiamato Boris Ondreička, che viene dalla Slovacchia e ha lavorato per molto tempo per Francesca von Habsburg. Adesso ho un giovane curatore della Bielorussia, una ragazza russa che fa ha studiato all’accademia e ha bruciato il suo passaporto russo dopo l’invasione dell’Ucraina. Ho un’ampia porzione della mia squadra che ha origini ucraine e un’altra componente del team di origini ungheresi. Volevo tornare a quell’imprinting originario. Per essere davvero una squadra di persone di Centro ed Est Europa occorreva questa discussione interna, la sola che potesse portare risultati tangibili anche all’esterno”. Da sottolineare anche la presenza dell’ucraina Yana Barinova in qualità di Direttore Business Development.

La decisione di diventare più piccoli favorisce maggiore qualità, ma significa anche affrontare una delle questioni più spinose per una fiera d’arte, ossia attrarre collezionisti. “Avevamo bisogno di realizzare una fiera che fosse davvero internazionale -afferma Markus Huber– Creare un contesto internazionale rappresenta un beneficio anche per le gallerie viennesi. L’Austria è un Paese piccolo, possiamo nutrire le nostre gallerie, ma perché realizzare una fiera d’arte se sono già tutti a Vienna? Ecco perché dovevamo organizzare una fiera internazionale, per riuscire ad attirare collezionisti internazionali. Stabilire partnership a lungo termine con le varie gallerie, così come intendiamo fare noi, impone di distinguersi in termini di qualità e di essere di dimensioni più piccole, anche perché non possiamo sostenere 120 gallerie”.

“La vera ricchezza economica non è tanto a Vienna, ma a Salisburgo, in Tirolo, Voralberg, Stiria, Alta Austria dove vi sono anche circoli culturali che guardano alla capitale che deve comunicare e offrire qualcosa  Anche per questo prima che iniziasse la guerra ho deciso di far diventare la Viennacontemporary un’organizzazione no-profit, cambiandone la proprietà. L’inizio del conflitto ha sancito la separazione da Dimitri Aksenov, perché la nostra agenda deve essere a favore dell’Europa e dei suoi valori democratici”. Due anni di pandemia hanno in parte fermato il mercato dell’arte. “Per far ripartire il business occorre recuperare il rapporto con la gente, riportare eccellenza tornando a dimensioni più contenute, il solo modo che consenta a chi organizza di conoscere tutte le gallerie che partecipano, facendo comprendere appieno ai collezionisti il tipo di arte proposto” mi dice Huber, che con orgoglio sottolinea la presenza di gallerie dell’Est che arrivano dai Paesi baltici spingendosi fino alla Georgia, una presenza che è al tempo stesso fonte di arricchimento e di maggior dialogo. Delle 62 gallerie d’arte presenti quest’anno 26 sono austriache, 36 provengono da altri Paesi e di queste ben 25 arrivano da Paesi di Centro, Sud-est e Est Europa.

 

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