giovedì 24 novembre 2022

LESIONE CROCIATO ANTERIORE

TRE PUNTI CHIAVE PER TORNARE A GIOCARE
 

di Paolo Torneri coofondatore di Fisioscienze (fonte Gazzetta dello Sport)

Possiamo dirlo apertamente: le lesioni del legamento crociato anteriore nel calcio rappresentano probabilmente l’infortunio più impattante per la carriera di un giocatore. Lunghi tempi di assenza dal campo, il pensiero di non ritornare ai livelli di performance pre-lesione, ma soprattutto la paura di infortunarsi ancora. La percentuale di atleti che riprendono lo sport allo stesso livello è bassa e deludente. Sfortunatamente, soggetti giovani (under 20-25) e sportivi che riprendono l’attività dopo la ricostruzione del legamento crociato anteriore hanno un elevatissimo rischio di re-infortunio o infortunio contro-laterale il tasso di re-infortunio arriva fino al 40%. Se da un lato gli infortuni non sono prevenibili al 100%, dall’altro le ricerche in questo ambito pongono l’attenzione su alcuni elementi che possiamo e dobbiamo considerare prima di riportare il nostro atleta a giocare nuovamente. Ho cercato in questo articolo di riassumere in tre punti chiave gli elementi che spesso vengono sottovalutati e che invece rappresentano le basi solide per il return to play.

IL TEMPO CURA TUTTE LE FERITE— Una delle convinzioni comuni è di guardare come “più bravi” gli staff sanitari che riportano un giocatore in campo prima degli altri. Quante volte abbiamo sentito notizie del genere? Al contrario di quello che si è soliti pensare, sono necessari più di 9 mesi per permettere all’atleta un return to play più sicuro e con un rischio di infortunio inferiore. Il tempo è un criterio biologico chiave, infatti gli studi sostengono che un ritorno prima di 9 mesi ad attività intense come il calcio porti ad un rischio 7 volte maggiore di sostenere una seconda lesione al legamento crociato anteriore. Il tasso di re-infortunio invece si riduce del 51% per ogni mese in cui il ritorno in campo viene ritardato fino a 9 mesi dopo l'intervento chirurgico, dopo di che non ci sono grandi prove di efficacia a riguardo. Se il tempo è fondamentale per guarire tutte le ferite, purtroppo non è l’unica cosa che conta…

SOPRAVVIVERE NEL CAOS—  Un'altra credenza comune è che riabilitare una lesione del crociato anteriore sia limitata solamente al ginocchio stesso. “L’atleta ha raggiunto la simmetria di forza, è pronto a tornare a giocare…”. Siamo sicuri che sia sufficiente raggiungere gli stessi livelli di forza a un test isocinetico per poter giocare? In un contesto di gioco entrano in azione molti fattori che in un setting tranquillo e controllato come lo studio o la palestra non sono presenti. È la stessa cosa fare un cambio di direzione nello studio del fisioterapista o farlo durante una gara piovosa, sotto di 1 a 0, con il pubblico che urla e la tensione è alle stelle? Il secondo elemento chiave che spesso viene tralasciato è l’allenamento del sistema nervoso centrale cercando di sviluppare la capacità dell’atleta di svolgere un gesto motorio in un contesto non controllato o con fattori distraenti, cercando di ricostruire la situazione di gioco.

RICORDATI DI ALLENARE ANCHE LA MENTE—  Nell'ultimo decennio, diversi studi hanno mostrato come la paura di re-infortunarsi sia uno dei motivi alla base del cambiamento o della cessazione della partecipazione sportiva. Qualcuno diceva che a calcio non si gioca solo con le gambe… In questo contesto viene utilizzato il termine “prontezza psicologica” per descrivere quei fattori come fiducia, auto-efficacia, ansia, paura, aspettative che influenzano il ritorno allo sport. Gli studi supportano l'idea che la decisione di un individuo di tornare allo sport dopo l'infortunio può essere influenzata da fattori psicologici modificabili, come la paura infortunarsi nuovamente, evitando determinati comportamenti o movimenti a causa della paura percepita e la kinesiofobia (paura del movimento fisico o dell'attività). Questi fattori sono barriere cognitive ben consolidate che inibiscono la riabilitazione di successo e il re-inserimento allo sport e sono spesso sottovalutate dallo staff sanitario. Che sia chiaro, non è la paura in sé a portare all’infortunio, ma il comportamento che ne può conseguire. Come terzo e ultimo punto chiave, non dimenticate di considerare la prontezza psicologica dell’atleta all’interno dei criteri di ritorno in campo.

CONCLUSIONI—  Il ritorno in campo è un processo di “decision-making” condiviso tra atleta, staff sanitario e staff tecnico che deve considerare criteri biologici, clinici e i test da campo. L’obiettivo dell’articolo è quello di portare attenzione sulle cose spesso trascurate nel processo di scelta e di fornire spunti a clinici e atleti sulle considerazioni da effettuare prima di riprendere a giocare.

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