giovedì 11 aprile 2024

“IL MIO CAOS ORGANIZZATO TRA MODA E DESIGN”

L’INTERVISTA ALLO STILISTA MARRAS

a cura di Alessandra Bocci (fonte Gazzetta dello Sport)

Il mare addosso. Ma anche fuori, vissuto come uno sconfinamento, una strada che ti porta da qualche parte. E il "qualche parte" è fondamentale nella visione di Antonio Marras, stilista, artista, designer. Sognava di fare cinema e fra un po' uscirà il suo primo cortometraggio. Ama lavorare la ceramica a modo suo. Quando non viaggia si rifugia ad Alghero, in una casa vista onde. 

Per il Salone del Mobile ha pensato a una installazione che si intitola "Il mare dove non si tocca", da vedere a NonostanteMarras, lo showroom nascosto in un cortile di via Cola di Rienzo, dove fra i protagonisti c'è anche un vecchio glicine in fiore. Sono molti gli spazi che si animano con il Fuorisalone: nel concept store di Marras sarà il mare, appunto, al centro di tutto, con le sue inquietudini. E ci sarà la Sardegna, terra amata dal "Mai cuntentu" (definizione della madre) che cerca sempre altro, mischia, stratifica. 

Marras, lei come si definisce? Creativo, stilista? 

"Io non mi definisco. Mi piace trasformare. Lo faccio con gli oggetti che scovo nei mercati, lo faccio con gli stracci". 

Beh, non sono proprio stracci i suoi abiti. Perché li chiama così? 

"Perché si tende a prendersi troppo sul serio. Non ho mai disegnato per mia mamma o mia sorella, sono nato in mezzo ai vestiti perché mio padre ha portato Fiorucci in Sardegna. La tecnica l'ho affinata col tempo, lavoro su un pezzo di stoffa e poi aggiungo, tolgo, pasticcio. Mi piace fare tante cose". 

Disegna abiti, carte da parati, costumi teatrali, per il Salone ha creato un'installazione con annesso ristorante. Come fa a gestire tutto? 

"Mi aiutano il mio staff e mia moglie Patrizia, che ha il paradiso assicurato. Sono fatto così, mi piace coinvolgere tutti i sensi, e poi la collaborazione con la famiglia Rana è diventata amicizia. Arrivano materie prime dalla Sardegna che il loro chef Francesco Sodano trasforma. Antonella Rana è bravissima. Io ho pensato all'allestimento, ho creato i sottopiatti. Adoro la ceramica, è come il pane. Lavoro con un'azienda nata a metà Ottocento e nei primi tempi uno dei vecchi ceramisti nemmeno mi salutava, perché non conoscevo la tecnica. Ma la tecnica a volte ti limita. A me piace mettere le figure che creo in forno e se escono con le bolle pazienza. È il fuoco che decide, è l'imprevisto che mi affascina". 

Per non farsi mancare niente, c'è anche la collaborazione con Nodo, azienda specializzata in mobili outdoor. 

"Ci siamo incontrati a Orticolario, a Como, e abbiamo pensato di fare qualcosa insieme. Poi il progetto si è espanso: non soltanto sedie, ma tappeti, lampade, divani... diciamo che ci siamo fatti prendere la mano". 

Come nasce il suo amore per l'architettura e il design? 

"Sono un fan dell'architettura brutalista, che in molti casi è minimalista, come sono io quando comincio a lavorare sugli stracci e poi cambio".

Il legame fra la sua idea di moda e il mondo del design e dell'architettura qual è? 

"Il caos organizzato. Sono capace di organizzare un mosaico nel quale trovano posto i miei progetti. E mi piace esplorare e confrontarmi con la realtà: ho appena finito di lavorare con un fotoreporter molto bravo, Francesco Bellina, che mi ha chiesto di portare i miei abiti nel quartiere Ballarò, a Palermo, in mezzo ai migranti. È stato coinvolgente". 

Marras, lei esprime concetti poetici, frequenta tanti campi creativi. Per caso scrive? Risata. 

"No, perché Patrizia lo fa molto bene. Sarei secondo e io gioco sempre per vincere". 

 

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