lunedì 12 aprile 2021

ASHER-SMITH

LA DONNA JET: "IO MI ALLENO COSI"

di Andrea Buongiovanni

Gambe e testa: Dina Asher-Smith, 25enne britannica campionessa del mondo dei 200 ed europea di 100, 200 e 4x100, corre veloce verso i Giochi di Tokyo. E nel mentre, una laurea in storia nel cassetto, si conferma ragazza con una marcia in più anche fuori dalle piste. Collaboratrice de The Telegraph, prestigioso quotidiano inglese, con un intervento sul razzismo ha da poco vinto il premio per la “miglior rubrica dell’anno” dell’Aips, l’associazione internazionale della stampa sportiva.

Dina, è un periodo difficile per tutti e, professionalmente parlando, lo è in particolare per ogni atleta che sta preparando l’Olimpiade: come convive con le difficoltà di questi mesi?

"Nonostante tutto, sto lavorando al meglio: a fine gennaio ho fatto quattro gare indoor sui 60 con esiti superiori alle attese e poi, da lì, ho cominciato a mettere nel mirino l’appuntamento più importante della stagione. Credo di essere sulla giusta strada e, in fondo, i miei problemi sono i problemi di ciascuno".

Dov’è la sua base di allenamento?

"A Bromley, a sud di Londra, una tranquilla zona residenziale. Non lontana da Orpington, dove sono nata e cresciuta".

L’anno scorso ha gareggiato molto poco e solo sulla sua pista: quali programmi ha per quello alle porte?

"È difficile fare previsioni, data la situazione. Mi auguro di poter seguire un calendario il più normale possibile. Ma intanto il 2020 è stato importante, perché mi ha permesso di recuperare tante stagioni tirate e di concentrarmi su aspetti, fisici e tecnici, che non sempre si curano. Ma, come ho fatto a gennaio in Germania, con tutte le precauzioni del caso, è ora di tornare a gareggiare".

Perché dopo l’ottimo 7”08 di Karlsruhe non ha partecipato agli Euroindoor di Torun?

"Proprio per evitare rischi e le complicazioni legate a bolla e quarantena".

Quanto è cambiata la sua vita extra sportiva con la pandemia?

"Molto, ma anche in questo caso, quanto quella di tutti. Incontrare gli amici è difficile, andare al ristorante e svolgere attività sociali pressoché impossibile. Del resto si sa: uscire il meno possibile è fondamentale. Ma, contrariamente ad altri, ho avuto la fortuna di potermi allenare con continuità".

Molti, stando a casa, hanno messo su qualche chilo di troppo: lei ha modificato la dieta?

"In verità no, mi alimento sempre piuttosto bene, se no sto male. Se mangio troppi dolci, per esempio, mi viene subito mal di testa".

Ha spesso sottolineato quanto sia importante per lei gareggiare di fronte a una folla rumorosa: a Tokyo, senza spettatori stranieri, le tribune rischiano di essere molto silenziose...

"L’Olimpiade si farà ed è una benedizione: dobbiamo esserne grati. Al resto occorre adeguarsi".

In Giappone, dato il suo curriculum, si presenterà tra le favorite: come gestisce la pressione?

"Non l’avverto, il passato è passato: nel 2018 ho vinto tre ori europei, ma non hanno influenzato il mio 2019. Nel 2019 ho conquistato l’oro mondiale dei 200 e gli argenti di 100 e 4x100, ma non mi daranno vantaggi per il 2021. Ogni stagione è un foglio bianco. E poi ci sono così tante sprinter di valore nel mondo".

Anche a Tokyo si farà in tre?

"Spero di sì: due gare individuali e la staffetta. Quale preferisco? Tutte: mi piace la curva dei 200, ma gli ultimi metri sono sempre in salita...".

Sarà la sua seconda Olimpiade: che ricordi ha di Rio 2016, dove fu bronzo con la 4x100?

"Di una strana sensazione di freddo all’interno dello stadio, con temperature inferiori alle attese. E di un certo nervosismo misto a delusione per il 5° posto nei 200. I Giochi arrivarono dopo una stagione affrontata con diversi acciacchi e non mi espressi come avrei voluto".

Quanto è diversa la Dina di allora da quella di oggi?

"Sono trascorsi cinque anni, profondamente. Sono cambiata anche come donna e proprio l’esperienza maturata in Brasile, dove un sogno è diventato realtà, mi ha fatto crescere. La Dina che aveva otto anni sarebbe orgogliosa della Dina di Rio e di quella attuale".

A 16 anni, volontaria a Londra 2012, ebbe la fortuna di accompagnare Jessica Ennis dalla call room al via degli 800, prova finale del suo eptathlon d’oro: anche quella è stata un’esperienza non da poco...

"Il Super Saturday, una delle notti più straordinarie dello sport britannico: in 45’ arrivarono i trionfi di Jessica, di Greg Rutherford nel lungo e di Mo Farah nei 10.000. E io, poco più che bambina, mi ritrovai in mezzo a uno stadio stracolmo e inebriato. La gente piangeva. Che orgoglio, che ispirazione: impossibile dimenticare".

Da ragazzina aveva un riferimento?

"Jessica stessa, Kelly Holmes che fece doppietta 800-1500 ad Atene 2004 e, come tutte le velociste, Allyson Felix".

All’epoca di Londra 2012 era già nazionale junior ed è bello ricordare che la sua parabola è partita dagli Eurojuniores di Rieti 2013 dove vinse 200 e 4x100: le piace l’Italia?

"La adoro e da appassionata di storia sono innamorata di Roma, dove sono stata in vacanza nel 2017 e dove ho gareggiato, al Golden Gala, nel 2019. Mai visto un impianto affascinante come quello dei Marmi, usato per il riscaldamento. Ho fotografato tutte le statue. Mi piace come nel vostro Paese i reperti vengono conservati. E vogliamo parlare di Venezia? Di Rieti ricordo i monti intorno alla città: fu una gran rassegna, mi lanciò verso i Mondiali senior di Mosca del mese successivo".

Il suo nome ha legami con l’Italia?

"Dina deriva da Geraldina: era la miglior amica di mamma. Aveva origini italiane".

C’è un’epoca storica che più apprezza?

"Mi piace approfondire le epoche che hanno segnato cambi culturali e religiosi: la mia tesi di laurea, del 2017, verteva sull’evoluzione della musica jazz in certi periodi del Novecento".

Studia le mutazioni determinate dallo scorrere del tempo e i suoi risultati sportivi sono determinati dal cronometro: potrebbe esserci "un'amica" del brand Hublot più degna?

"Tutta la mia vita si sviluppa intorno al concetto di tempo: in pista, dove ogni centesimo conta, e sui libri. Sono fiera del rapporto che, dal 2018, ho con questo marchio"

 

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