TERZO GIORNO. L'AMORE
È la terza notte che il mio delirio mi fa parlare. Non so perché ma proprio oggi la luna si è resa più grande ai miei occhi ed appare tonda e luminosa oltremodo, anche sopra il mio letto. Ha già compreso che le racconterò di come divenimmo amanti?
Accadde tutto perché da me meticolosamente ordito: ogni mattina attendevo Emily, così si chiamava la mia bella rosa, poco discosto dalla sua porta. Quando lei usciva e mi vedeva abbassava subito gli occhi, passandomi accanto da principio con disagio, poi sempre più desiderosa di un approccio. Poi, un giorno, oso' sollevare le sue lunghe ciglia in segno d'amorosa sfida, così io le cinsi i fianchi e la baciai con passione. Non smettemmo più, credetemi, anzi dai baci rubati si passò alle carezze e dalle carezze alle meraviglie che un uomo e una donna possono creare in una alcova nascosta sotto il cielo stellato di una soffitta. Ah, come era capace di amarmi! Ah, come si concedeva a me! Ed io non potevo che sentirmi appagato da quel corpo morbido e bizzarro nel suo modo di reagire ogniqualvolta ai miei stimoli ben architettati. Decisi di tenere un diario a riguardo, in cui morbosamente annotavo ciò che era accaduto e ciò che ci eravamo detti subito dopo ogni amplesso, divertendomi a rileggerlo più e più volte, per rivivere anche nel sonno quel sogno di puro piacere. Emily era naturalmente all'oscuro di queste mie pagine proibite e affondava sempre più nel mio corpo, mentre io me ne riempivo pure la mente.
QUARTO GIORNO. LA MORTE.
Quattro giorni che non faccio altro che raccontare e, ogni volta che mi accingo in questa impresa, i ricordi ritornano più vividi in me. Il dottore aveva ragione: è la giusta strada da percorrere per giungere alla verità, una verità che anch'io sto cercando di riportare a galla, poiché pare che la mia memoria provi orrore nei suoi riguardi. Resto sotto le coperte stavolta, ho freddo e la pioggia che picchia sul tetto mi rimanda alla soffitta degli orrori. Sbagliai. Misi infatti il mio diario tra i libri che l'indomani avrei usato all'università e, volendo dormire da lei, me li portai dietro. Che stupido pensare che non li avrebbe mai toccati solo perché era una serva! Ed invece, mentre dormivo beato sul suo giaciglio, lei osò sfogliarli, uno ad uno, e quando apri' il quaderno con il resoconto dei nostri incontri, lesse e rilesse inorridita: mai avrebbe potuto supporre che un uomo che credeva innamorato di lei avrebbe annotato nei così minimi particolari i loro amplessi, col rischio poi di screditarla agli occhi del mondo.
Mi risvegliai udendo le pagine che lei stava strappando tra i singulti. Quando si accorse che ero ormai vigile mi ordinò di andarmene subito di lì, non sopportava più la mia vista, ero un mostro, capite? Io, dal mio canto, provai a calmarla, ma invano. La sua furia, le sue mani che mi schiaffeggiavano senza freno mi portarono all'esasperazione! Le misi le mie al collo e iniziai a stringere sempre più forte, fino a che le sue pupille si fecero così grandi da oscurarne l'iride. Prima di morire soffocata mi vomito' addosso del sangue misto a saliva che poi pulii via con la manica della sua camicia da notte, tolta qualche ora prima per giacere nuda tra le mie braccia.
