RACCONTO D'ESTATE (Prima parte)
#raccontobreve #scritturaemotiva #luisacataldi
Ringrazio Sonny @non_solo_sport_ che mi ha coinvolto nel suo blog www.nonsolosport.org.
PRIMO GIORNO. LA CONDANNA.
Toccherà a me narrare or ora una storia. Non avrei voluto, preferendo tacere ciò che ancora m'impedisce di dormire la notte, ciononostante il mio strizzacervelli mi ha consigliato di esternare ogni mia angoscia, senza alcuna reticenza, almeno al buio della mia cella. Ed è per questa sola ragione che ho già preso a parlargli ed esso, il buio, pare ascoltarmi per davvero: infatti, proprio di fronte al mio letto, si è definita da poco un'ombra dalle sembianze umane, la quale sta facendo ciondolare su e giù la sua testa come se si fosse accomodata su una sedia a dondolo dai larghi braccioli.
Innanzitutto deve sapere ch'io sono morto, giacché il mio corpo, sempre più deperito e marcio dentro, è stato relegato in questa sorta di tomba da un anno, da quando cioè uccisi la donna che amavo. Ti assicuro, io non volevo! Ah, lei era tutto per me, lei, così affascinante sebbene fosse molto più matura di me. Dieci anni ci separavano, dieci terre da cento acri ci tenevano distanti, ma noi trovammo l'occasione ed il modo di incontrarci ed apprendere insieme che cosa significhi desiderarsi alla follia. Anche in questo momento io la penso e non posso fare a meno di renderla mia, mia, mia! Ma dove sei finita ombra? Ti sei forse alzata? Hai timore di sapere ciò che feci di lei?
Torna, ancora domani, quando mi sentirò meno agitato nel sovvenire il mio orrido passato. Torna, ombra, e porta con te il fantasma pure della mia donna, perché io possa toccarla come facevo una volta...
SECONDO GIORNO. L'INCONTRO.
È l'una di notte e l'ombra non è riapparsa sulla parete come speravo e neppure il fantasma di lei. A chi racconterò allora le mie vicissitudini? A me stesso non posso, sono un cattivo ascoltatore e odio i monologhi che conducono a nulla, perciò mi rivolgerò alle poche stelle che scorgo al di là della mia inferriata: potranno loro essermi benevole amiche e fors'anche rischiarare un poco la mia mente malata.
Allora... Ero un giovane studente universitario quando la conobbi. Abitava nella soffitta del collegio in cui avevo preso in affitto la mia stanza e di lei non mi accorsi per diverso tempo, probabilmente perché usciva da quel buco freddo ed umido solo negli orari in cui tutti noi ospiti della casa avevamo sgomberato le rispettive stanze. Quel giorno la trovai nella "salle a' manger" intenta a rassettare e a portare via le vivande della colazione. La vidi di schiena, era una donna prospera e le sue forme generose faticavano ad essere contenute dall'abito grigio e decisamente stretto che indossava. I suoi capelli scuri erano ben raccolti in uno chignon, impreziosito da diverse trecce che formavano intorno ad esso una sorta di doppia coroncina.
Udendo probabilmente i miei passi, lei si volto' di scatto. I suoi occhi, anch'essi grigi, si sbarrarono subito nei miei e la sua bocca si apri' in un mezzo sorriso, per il quale avrei potuto spendere mille congetture senza comprenderne tuttavia il reale significato.
Io, a dire il vero, non ricordo bene come reagii, certo è che mi avvicinai a lei per meglio osservarne l'ovale perfetto del volto e le dissi sicuro di me: "Buongiorno".
Da allora feci in modo di uscire sempre con un leggero ritardo pur di rivederla, pur di ammirarla, pur di riuscire anche solo a scambiare questo semplice saluto.
