La lingua hawaiana vanta uno degli alfabeti più piccoli al mondo. Una lingua in grado di esprimere profonde sfumature emotive, legami spirituali e concetti complessi, eppure non presenta più di 13 lettere. Questo è uno degli aspetti più affascinanti dell’ʻŌlelo Hawaiʻ, lingua spesso arricchita da segni diacritici. Questi, a uno sguardo occidentale, potrebbero sembrare superflui ma non lo sono affatto. Sono ciò che rende possibile la precisione in un sistema linguistico estremamente compatto.
Vocali, consonanti e segni dell’alfabeto hawaiano
Cinque sono le vocali (A, E, I, O, U) e otto le consonanti (H, K, L, M, N, P, W e ʻ). Possiamo dunque ritrovarci dinanzi a un apostrofo dall’enorme valore. Il suo nome è ʻokina e indica un’occlusione glottidale, una pausa netta nella fuoriuscita d’aria. A ciò si aggiunge il kahakō, linea orizzontale posta sopra le vocali, utile per allungarne il suono. La presenza o assenza di tali segni può cambiare radicalmente il significato delle parole pronunciato o scritte. Facciamo un esempio: aʻa indica una radice, in assenza di segni, ma con l’ʻokina (ʻaʻa) significa “osare, sfidare”. Con l’aggiunta del kahakō (ʻaʻā), invece, indica un tipo di lava tagliente. Lo stesso vale anche per termini ormai entrati nel vocabolario comune internazionale. Pensiamo ad aloha, che è sia un saluto che un concetto più ampio, che comprende amore, rispetto, compassione e connessione. Un termine intraducibile con una sola parola nella nostra lingua. Aloha riflette una visione el mondo e non si limita ad assolvere una funzione comunicativa.
La rinascita dell’ʻŌlelo Hawaiʻi
La lingua hawaiana appartiene alla grande famiglia austronesiana. Nello specifico le radici si ricollegano al ramo polinesiano orientale. Le isole vennero popolate da navigatori polinesiani, probabilmente provenienti dalle Marchesi. Il tutto avvenne tra gli 800 e i 1000 anni fa. Un linguaggio trasmesso per secoli quasi esclusivamente per via orale. Ciò ne ha messo in pericolo la sopravvivenza. La scrittura giunse soltanto all’inizio dell’Ottocento, quando dei missionari calvinisti trascrissero il tutto sfruttando l’alfabeto latino. Vennero però aggiunti anche dei segni ulteriori, così da rendere suoni e durate vocaliche assenti in inglese. Una soluzione tecnica fondamentale ma non priva di conseguenze storiche. Nel 1893 la monarchia delle Hawaii venne rovesciata e il nuovo governo impose politiche di repressione linguistica. L’uso dell’hawaiano venne vietato nelle scuole e negli uffici. Il risultato? Un vero e proprio declino drastico. Nel corso degli anni ’80 del secolo scorso, l’UNESCO evidenziava come meno di 50 bambini parlassero correttamente la lingua. Negli anni la cultura locale è stata riscoperta ed è tornata a fiorire. Oggi esistono programmi universitari, scuole di immersione linguistica e iniziative culturali che stanno riportando in vita l’ʻŌlelo Hawaiʻi. Migliaia di giovani stanno riscoprendo la propria lingua che, con appena 13 lettere, continua a dimostrare quando la struttura di un linguaggio sia chiave per indicarne la complessità.
