martedì 5 maggio 2026

ALLA RICERCA DEL PUNTO DI EQUILIBRIO

IL SENSO DELLA MISURA 

(fonte Tgcom)

Quando sentiamo parlare di senso della misura, immaginiamo qualcosa di statico, una sorta di cintura di sicurezza da indossare nella navigazione nel mare tempestoso della vita. E invece il senso della misura è una bussola, i cui punti cardinali sono sempre in movimento, che ci aiuta a cercare un punto di equilibrio, che non può essere mai uguale per tutte le situazioni, ma muta, anche velocemente, ogni volta che le circostanze lo richiedono. Ciò che ci sembrava impossibile ieri, diventa alla nostra portata oggi: perché non provarci? Ma ciò che ieri appariva facile, oggi è diventato complesso: perché non fermarsi un attimo e prenderne atto?

La realtà non finisce mai di fare qualche sorpresa, rompendo l’alchimia di aspettative infondate e creandone di nuove, talvolta inaspettate. E la velocità del cambiamento talvolta ci sfugge per la sua potenza: la virtù del senso della misura ci aiuta a non uscire fuori strada, a non deragliare, anche se il percorso è diverso da quanto avevamo immaginato neanche molto tempo prima.

In tempi del vivere esagerato, del narcisismo endemico, delle pulsioni che vincono sui sentimenti, dell’eterno presente, è facile smarrire il senso della misura: facciamo, o proviamo a fare, tutto e oltre, e chiediamo, anche a noi stessi, sempre qualcosa in più. Salvo poi ritrovarsi costretti a mettere in fila la contabilità delle delusioni.

La più asciutta e sintetica definizione della virtù della misura la si deve sicuramente a Orazio, che scolpì la frase «Est modus in rebus». C’è una misura nelle cose, in tutte le cose. Da qui l’effetto matrioska: l’uomo che ha il senso della misura riesce a non perdere equilibrio, sensatezza, pacatezza, equità. Sa essere prudente senza scivolare nella categoria dei vigliacchi. E i suoi calcoli non sono frutto del cinismo, quanto della ragionevolezza.

La sentenza di Orazio divenne molto popolare ed era continuamente citata nell’antica Roma. Indicava anche un senso del limite, che i romani consideravano invalicabile, un confine, oltre il quale non può esservi il giusto e si rischia il delirio di onnipotenza (l’hybris), considerato nell’antichità forse il peggiore dei peccati mortali. La moderazione indicata dalla sentenza est modus in rebus, invece, porta dritti al senso della misura. Orazio, ricordiamolo, parlava anche di aurea mediocritas, che non era certo un invito alla vita scialba e mediocre, ma un appello alla temperanza, alla sobrietà e alla moderazione. Cioè al senso della misura.

La misura, in quanto appartenente alla categoria della sobrietà, è eleganza. Chi alza la voce continuamente, è un esempio, ritenendo che questa sia la strada giusta per affermare le proprie ragioni, compie innanzitutto un gesto, contagioso, di maleducazione. Ed è il senso della misura che ci spinge verso la soglia della gentilezza, una chiave eterna per accedere a una buona qualità dei rapporti umani. Superare il senso della misura nell’esercizio di una critica, pur avendo ragione, significa automaticamente passare dalla parte del torto. E chiudere la porta a ogni forma di dialogo, lasciando sul terreno dello scontro i detriti di un conflitto insanabile. La misura, invece, anche grazie allo stile che l’accompagna rende più possibile la soluzione di un contenzioso. Quasi tutte le risse di condominio si potrebbero evitare se la maggioranza dei condòmini riuscisse a esprimere, con continuità, un ragionevole senso della misura per affrontare i problemi della quotidiana convivenza.

In questa dimensione estetica, la misura incrocia l’etica. E si trasforma in un saggio equilibrio che ci spinge a non sprecare la nostra energia. E comunque a manifestarla nel modo giusto. Chi non ha il senso della misura è, di solito, forte con i deboli, e debole con i forti. Il nostro percorso deve essere in direzione opposta. Il forte che esagera, dai forti, viene sfidato a viso aperto. Per i deboli serve un valore aggiunto di tolleranza e, se si ha il dono della fede, di misericordia. Troppo facile prendersela con chi ha pochi strumenti di difesa, e molta violenza nasce proprio dalla rimozione del senso della misura. Lo vediamo ogni giorno in strada, nel rancore di chi circola, con qualsiasi mezzo, ed è pronto ad aggredire con la strombazzata del clacson o con un classico insulto solo perché si trova a contatto con un automobilista, o un pedone, incerto.

La misura è realismo. Sano realismo. Non sprechiamo aspettative, emozioni, ambizioni, andando oltre ciò che, ragionevolmente, possiamo ottenere. Vogliamo proteggere il valore intrinseco di un’amicizia? Siamo davvero interessati alla sua durata rispetto al logorio del tempo? E allora facciamo un esercizio di senso della misura e non chiediamo al nostro amico, o alla nostra amica, di cambiare personalità per accontentarci. Accettiamolo per le sue qualità, più che criticarlo per i suoi difetti. E allarghiamo lo spazio di questo atteggiamento anche alle persone a lui più vicine. Amici e parenti stretti si conservano, con senso della misura, anche se hanno scelto, come compagni di vita, persone che non hanno la nostra totale ammirazione. Facciamocene una ragione. E guardiamo avanti.

La misura è metodo, in senso cartesiano. Per arrivare a una soluzione, con la ricerca equilibrata di un punto nel quale abbiamo spazio le ragioni di tutte e non la prepotenza di un singolo. Per approcciare un problema, esaminandolo con pacatezza in tutte le sue sfaccettature. Per non essere troppo coinvolti, sul piano emotivo, nei momenti in cui sale tensione.

Il realismo, insito in uno stile di vita ispirato al senso della misura, non ha nulla a che spartire con l’opportunismo. Sono due approcci molto diversi, con la vita e con gli altri. Nel primo caso vince la consapevolezza che la speranza debba sempre misurarsi con la realtà, con il come le cose stanno e sono davvero. Una bellissima e alta definizione della politica la considera come «l’arte del possibile». Una mediazione che non è avvilente compromesso, ma ricerca, attraverso l’esercizio del senso della misura, di un punto di equilibrio da condividere.

Nel caso dell’opportunismo, invece, il senso della misura viene dissimulato in un continuo calcolo delle nostre mosse. Se faccio una cosa x, che vantaggi y ne ricaverò? Questa è la domanda che regola l’intera esistenza di un opportunista, pronto sempre a cambiare alleanze pur di raggiungere i suoi scopi. Fino a quando non troverà chi è più bravo di lui, e allora dovrà arrendersi alle legge umana del più forte.


 

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