(fonte Gazzetta dello Sport)
Per molti resterà sempre Aristoteles, il bomber brasiliano della Longobarda che nel film cult L’allenatore nel pallone faceva sognare Oronzo Canà. In realtà Urs Althaus è svizzero, nato a Herrliberg nel Canton Zurigo, e la sua vita è stata molto più movimentata di quella del personaggio che lo ha reso celebre. Modello, attore, ex calciatore mancato tra successi e momenti difficili.
Oggi ha 70 anni ma in un’intervista al Corriere della Sera si racconta a partire dai sogni del passato che da ragazzino avevano la forma di un pallone: "Volevo diventare il Pelé della Svizzera". A 17 anni gioca nelle giovanili del Basilea e l’anno dopo nello Zurigo in massima serie, ma una lussazione alla spalla cambia tutto: tre operazioni e il sogno si spegne. Il destino però gli regala comunque un incontro con il vero Pelé. "Avevo 12 anni quando lo Zurigo giocò contro il Santos. Mi fecero entrare nello spogliatoio perché pensavano fossi un bambino brasiliano. Pelé mi regalò una carezza e un autografo".
INFANZIA COMPLICATA— L’infanzia non è stata semplice. "Ero un bambino cresciuto senza un papà, mezzo nero e illegittimo", ricorda. Ma anche felice: "vivevo in uno dei posti più belli del mondo con una famiglia stupenda e amici meravigliosi". Il padre, Emanuel Igwe, studente di medicina nigeriano conosciuto dalla madre Irma a Glasgow, non lo ha mai incontrato. "L’ho cercato ovunque, ma non mi ha lasciato niente, nemmeno una foto. Non mi è mai mancato". A crescere Urs è stata soprattutto la madre: "una donna splendida, forte, che ha lavorato duramente per me senza mai farmelo pesare".
LA MODA— Dalla carriera mancata nel calcio al mondo della moda il passo non è poi così lungo. Negli anni 70 entra nell’agenzia Elite e nel 1977 diventa "il primo modello nero sulla copertina di GQ, la Bibbia della moda". Sono anni travolgenti: "Vivevamo tra passerelle e locali notturni, eravamo una grande famiglia". Sfila per i grandi nomi dell’alta moda. Con Yves Saint Laurent l’incontro è quasi surreale: "Mi prese la mano e disse bonjour. Io risposi: scusi, ma lei chi è? Sorrise: sono Yves Saint Laurent". Con Giorgio Armani nasce invece un rapporto diretto: "Provai la collezione e mi disse: adesso chiamami pure Giorgio e dammi del tu". E poi Valentino, "un genio", che lo invitava spesso a casa sua sulla via Appia Antica.
I DEMONI— Ma del mondo della moda Althaus fa esperienza anche del lato più oscuro. "Scoprii la droga una sera a casa di Andy Warhol". La cocaina e poi il crack lo trascinano in un abisso: "Per cinque mesi sono stato un’anima persa per le strade di New York poi pensai a mia madre, cominciai a piangere e chiesi aiuto ai Narcotici Anonimi. Volevo tornare a vivere". Nel frattempo la sua vita incrocia personaggi incredibili. A New York è vicino di casa di Luciano Pavarotti. "Lui solfeggiava la mattina e il mio cane abbaiava. Un giorno mi disse che non riusciva a dormire per colpa del cane. Io risposi: e io non dormo per colpa del suo canto. Si mise a ridere: 'Strano, la gente mi paga tantissimo per cantare'".
IL CINEMA— A cambiargli la vita è Sergio Martino. "Il mio agente disse che cercavano un attore che sapesse giocare a calcio. Martino prese un pallone e mi disse: fammi vedere". Dopo qualche palleggio la decisione: "Abbiamo trovato il nostro Aristoteles". L’allenatore nel pallone diventa un cult e Althaus entra nell’immaginario popolare. "Questo film è stato un regalo di Dio. Sono diventato il calciatore famoso che volevo essere grazie a un film". Ancora oggi, racconta, la gente lo ferma per strada gridando "Ari, Ari, Ari" e ha visto di recente Lino Banfi. "Non è solo un grande attore ma un uomo meraviglioso che oggi posso chiamare amico". Segue il campionato svizzero e quello italiano, ma tifa "solo per la Longobarda". Oggi, a 70 anni, la sua partita più importante è però un’altra quella che combatte da cinque anni "contro un male infido che vive dentro di me. Con l’aiuto di Dio stare bene è il regalo più bello che posso ricevere dalla vita".
