(fonte Gazzetta dello Sport)
La cardiologia dello sport italiana ha dato un’ulteriore accelerazione sul tema della prevenzione. E i numeri spiegano perché: negli ultimi vent’anni, grazie ai controlli introdotti nelle visite medico-sportive, la mortalità per morte cardiaca improvvisa negli atleti si è ridotta del 90%. Un risultato che oggi apre una nuova sfida: individuare ancora prima i segnali invisibili del rischio. In occasione della seconda Charity Dinner della Fondazione Cesare Bartorelli, intitolata a uno dei primi cardiologi a studiare l’ipertensione arteriosa a livello internazionale, sono stati introdotti e presentati diversi nuovi studi che riguardano la cardiologia dello sport, la prevenzione delle patologie cardiovascolari e delle aritmie e l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale, come spiega il professor Daniele Andreini, vicepresidente della Fondazione Cesare Bartorelli e Professore Ordinario di Cardiologia all’Università degli Studi di Milano:
“Il nostro focus di ricerca si è rivolto soprattutto al mondo della cardiologia dello sport. In particolare, in questi due anni abbiamo presentato diversi studi, dalla malattia aterosclerotica – il primo killer per quanto riguarda le malattie cardiovascolari – negli atleti master all’individuazione dei segnali precoci che possono predisporre alla morte cardiaca improvvisa, passando per alcuni casi importanti come quelli del biathleta Tommaso Giacomel e dell’ex ciclista Sonny Colbrelli, fino a uno degli studi che abbiamo presentato quest’anno sull’impatto positivo dell’ECG nell’individuazione delle patologie cardiache nelle visite sportive e dell’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale come ulteriore alleato. Inoltre, sempre parlando di IA, abbiamo di fatto concluso lo studio VALETUDO, che presenteremo quest’anno al congresso della Società Europea di Cardiologia e che abbiamo sviluppato anche grazie alla collaborazione con il Politecnico di Milano, che ci ha dato una grossa mano. Infine con il presidente della Fondazione, il professor Antonio Bartorelli, abbiamo lanciato una raccolta su un sotto-progetto dedicato alla medicina di genere, alle donne: questo perché si è sempre pensato che la malattia coronarica fosse maggiormente prevalente negli uomini, ma in realtà anche se le donne appaiono maggiormente protette fino alla menopausa, quando la malattia compare è ancora più pericolosa perché la mortalità è maggiore”.
La riduzione del 90% delle morti cardiache improvvise— Uno dei temi principali della Charity Dinner della Fondazione è stato l’impatto dell’ECG nella prevenzione delle malattie cardiache durante le visite medico-sportive, anche agonistiche: “Da quando abbiamo introdotto queste nuove modalità per certificare l’idoneità sportiva in Italia, ormai più di 20 anni fa, la mortalità per morte cardiaca improvvisa si è ridotta del 90%. Un risultato eccezionale che ci fa ripensare anche alle critiche che i medici dello sport e i cardiologi italiani ricevono per via della presunta ‘severità’ eccessiva dei nostri controlli. Succede spesso che magari arrivino in Italia dei campioni dall’estero – che hanno fatto dei controlli, ma non così approfonditi – e poi vengano fermati perché riscontriamo dei problemi. Si dice che i medici italiani siano più severi, ed effettivamente è così, ma con la finalità di salvaguardare la vita degli atleti. Questo approccio, che vede l’elettrocardiogramma come suo caposaldo, ci ha consentito di ridurre del 90% la mortalità per morte cardiaca improvvisa. E vogliamo fare ancora di più: il nostro obiettivo è cercare di arrivare allo zero, o almeno avvicinarci il più possibile. Per questo vogliamo rendere l’ECG ancora più sensibile con il supporto dell’Intelligenza Artificiale, per ottenere sempre più indicazioni che possano farci capire se l’atleta necessita di approfondimenti maggiori rispetto alla classica visita di idoneità, come l’ecocardio, la TAC delle coronarie o la risonanza magnetica cardiaca. Vogliamo offrire a un numero sempre maggiore di atleti l’opportunità di accedere a diagnostiche più avanzate con un filtro che con l’IA diventa più sensibile e quindi ha meno falsi negativi”.
I casi di Giacomel e Colbrelli— In relazione ai diversi studi sulla cardiologia sportiva trattati nelle due edizioni della Charity Dinner, Andreini ricorda due casi chiave per quanto riguarda la cardiologia sportiva. Il primo è quello di Tommaso Giacomel: “Alla serata era presente anche il dottor Carlo Segattini, responsabile sanitario della Nazionale Italiana di biathlon, con il quale abbiamo gestito il caso di Giacomel, che era in testa alla 15km di Milano-Cortina quando un malore lo ha costretto a fermarsi. Lo abbiamo ricoverato da noi e siamo stati in grado poi fortunatamente di escludere che avesse una cosa grave che poteva condurlo all’arresto cardiaco, trovando invece un problema (anomalia di conduzione elettrica atriale) che abbiamo risolto tramite ablazione cardiaca. Il concetto di cui parlavamo prima è proprio questo: poter offrire all’atleta il meglio possibile, sia dal punto di vista dello screening sia dal punto di vista delle cure se c’è già qualche manifestazione o anche qualche sospetto, in modo da non farci sfuggire nulla che possa mettere a repentaglio la sua vita”. Il secondo caso ricordato da Andreini è quello di Sonny Colbrelli, che subì un arresto cardiaco subito dopo la seconda tappa della Volta Catalunya 2022: “Un altro degli studi che stiamo affrontando riguarda proprio l’individuazione precoce del substrato aritmico, cioè di un problema organico al cuore che può predisporre a delle aritmie scatenate dall’esercizio fisico. Cose che per un soggetto sedentario possono non essere un problema lo diventano in un atleta sottoposto a uno sforzo estremo come quello di un professionista. Il picco adrenergico – un’improvvisa scarica di adrenalina – di un ciclista che fa una volata può essere il momento che scatena l’aritmia maligna in presenza di una patologia: è ciò che è successo a Sonny Colbrelli, con il quale ne abbiamo parlato anche al Festival dello Sport di Trento, ed è l’esempio di quanto sia importante lavorare sulla ricerca e sulla prevenzione per poter arrivare in anticipo”.
La morte cardiaca improvvisa e l’aterosclerosi: gli altri studi— Il caso di Colbrelli è legato a un altro importante recente studio sul rapporto tra cuore e sport, legato alla morte cardiaca improvvisa, come spiega Andreini: “È uno studio a cui tengo molto. La morte cardiaca improvvisa è spesso legata a soggetti che hanno aritmie ventricolari, il fenomeno che più spaventa i cardiologi e i medici dello sport perché può essere l’anticamera dell’arresto cardiaco. In questo studio che stiamo completando abbiamo cercato di documentare come in questo caso invece le metodologie più avanzate – come la risonanza magnetica cardiaca – siano in grado di scovare il problema, permettendoci di fermare l’atleta se necessario, mettendo in atto tutte le procedure di salvaguardia della sua salute, indagando – come dicevamo – sul substrato aritmico”. Un ulteriore studio è invece legato a una patologia, la malattia coronarica, che in teoria non dovrebbe essere associata agli sportivi o comunque a coloro che si mantengono in forma, ma come spiega Andreini le ultime scoperte vanno in un’altra direzione: “Abbiamo studiato l’incidenza della malattia coronarica negli atleti master, quelli sopra i 35 anni, lavorando con oltre 200 atleti nazionali ed internazionali e documentando che effettivamente la malattia può manifestarsi anche in persone con un profilo di rischio molto basso, come appunto gli atleti che fumano poco, non sono ipertesi, non hanno diabete. Questo ci ha portato ad indagare, perché nessuno ha ancora mai dimostrato perché si formano placche aterosclerotiche anche in atleti di endurance di lunga data. Una delle ipotesi più fondate che stiamo cercando di confermare è un’infiammazione delle coronarie dovuta all’allenamento estremo degli atleti di endurance, legato quindi allo stress meccanico al quale sono sottoposti i vasi sanguigni”.
Diabete e aterosclerosi— Andreini conclude parlando di un altro studio sul rischio cardiovascolare dei pazienti diabetici: “Anche il diabete, insieme alla familiarità, è un fattore di rischio molto rilevante per la genesi e l’accelerazione del processo aterosclerotico. Nello studio Reverto stiamo valutando il modo in cui delle terapie innovative possano far regredire la malattia aterosclerotica. Spesso la malattia c’è già, perché nel diabetico è presente nell’80% dei soggetti, quindi stiamo cercando di capire come farla regredire prima che diventi critica e possa portare all’infarto. Anche perché dobbiamo ricordare che l’aterosclerosi coinvolge non solo le coronarie del diabetico ma anche molti altri distretti: l’arteria retinica dell’occhio, le arterie periferiche, e questo genera problemi che possono diventare anche invalidanti per il soggetto”.
