sabato 12 settembre 2026

GLI ALIMENTI CHE AUMENTANO IL RISCHIO CARDIOVASCOLARE

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Merendine, snack confezionati, piatti pronti e bevande zuccherate sono tra gli alimenti ultra-processati che fanno parte della quotidianità di milioni di cittadini europei, e la loro diffusione continua a crescere. E questo accade nonostante da anni la ricerca scientifica stia accumulando evidenze sui rischi associati al loro consumo. A provare a colmare questo gap ci pensa ora un importante documento di consenso della Società Europea di Cardiologia, pubblicato sull'European Heart Journal.

Il documento, elaborato da un gruppo internazionale di esperti coordinato da ricercatori italiani dell'Università degli Studi dell'Insubria, dell'IRCCS Neuromed, dell'Università degli Studi di Milano e dell'Università LUM, ha un obiettivo tanto semplice quanto chiaro: dotare i cardiologi di strumenti concreti per integrare la valutazione del consumo di questi alimenti nella cura quotidiana dei pazienti.

FINO AL 65% DI RISCHIO IN PIÙ DI MORTALITÀ CARDIOVASCOLARE—  I dati contenuti nel documento sono difficili da ignorare: gli adulti con il più elevato consumo di alimenti ultra-processati mostrano fino al 19% in più di rischio di malattie cardiache rispetto a chi ne fa un consumo ridotto, il 13% in più di rischio di fibrillazione atriale e fino al 65% in più di rischio di mortalità cardiovascolare.

A questi dati si aggiungono associazioni solide con l'obesità, il diabete di tipo 2, l'ipertensione e la malattia renale cronica: un insieme di condizioni che insieme costituiscono il principale terreno di coltura delle malattie del cuore. "Le associazioni tra alimenti ultra-processati e malattie cardiovascolari sono coerenti e biologicamente plausibili. Questi alimenti aumentano il rischio cardiovascolare soprattutto favorendo obesità, diabete, ipertensione e alterazioni dei grassi nel sangue. Tendono inoltre ad avere elevate quantità di zuccheri, sale e grassi poco salutari. A questo si aggiungono additivi, contaminanti e modifiche della struttura degli alimenti che possono favorire infiammazione, alterazioni metaboliche, cambiamenti del microbiota intestinale e sovralimentazione", ha sottolineato Marialaura Bonaccio, epidemiologa senior dell'IRCCS Neuromed.

Uno dei messaggi più innovativi del documento riguarda un cambio di prospettiva nella valutazione della qualità degli alimenti. Finora, infatti, la nutrizione clinica si è concentrata per decenni sui singoli nutrienti - grassi, zuccheri e sodio - ma questo approccio potrebbe non essere sufficiente. "Anche prodotti con un buon profilo nutrizionale possono risultare dannosi se altamente processati", ha precisato Licia Iacoviello, responsabile dell'Unità di Epidemiologia e Prevenzione dell'IRCCS Neuromed e ordinaria di Igiene all'Università LUM.

Il grado di trasformazione industriale di un alimento è quindi una variabile indipendente che merita attenzione propria, indipendentemente da ciò che riporta l'etichetta nutrizionale. "Gli alimenti ultra-processati, prodotti con ingredienti industriali e additivi, hanno progressivamente sostituito molti modelli alimentari tradizionali", ha precisato Luigina Guasti dell'Università dell'Insubria: "Questa consapevolezza non è ancora entrata pienamente nella pratica clinica cardiologica, e il nostro documento vuole essere un primo passo in questa direzione".

LE RACCOMANDAZIONI PER I CARDIOLOGI.—  Il documento non si limita a fotografare la situazione, ma propone un approccio operativo concreto. Gli autori invitano i cardiologi a includere sistematicamente la valutazione del consumo di alimenti ultra-processati nell'anamnesi alimentare dei propri pazienti, soprattutto in presenza di rischio cardiovascolare, e a discutere con loro strategie pratiche per ridurne il consumo.

Gli esperti propongono anche un approccio graduale alla prevenzione, con strumenti pensati per migliorare la comunicazione medico-paziente e favorire un coinvolgimento attivo di quest'ultimo nel proprio percorso di cura. È vero, restano ancora aperti alcuni interrogativi scientifici, in particolare sul ruolo specifico dei singoli additivi, dei composti derivati dalla lavorazione industriale e delle modifiche strutturali degli alimenti, per i quali gli autori del documento auspicano ulteriori studi di intervento a lungo termine.


 

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