sabato 25 luglio 2026

ALOPECIA

LA SCIENZA RISCOPRE UN ANTICO METODO CINESE

(fonte Gazzetta dello sport)

La perdita di capelli legata all'alopecia androgenetica, nota anche come calvizie, si manifesta di solito con un restringimento progressivo dei follicoli: capelli sempre più sottili e corti, fino a un rallentamento della crescita che in alcuni casi si ferma del tutto. Per contrastarla oggi si ricorre soprattutto a due farmaci, la finasteride, che agisce sugli ormoni coinvolti nel restringimento dei follicoli, e il minoxidil, applicato sul cuoio capelluto per stimolarne la crescita. Funzionano, ma non per tutti: la finasteride è stata collegata a disfunzioni sessuali, il minoxidil può irritare la pelle. Per questo, la medicina continua a cercare un'alternativa che comporti meno effetti collaterali. Scavando anche nel passato.

Buon ultimo, uno studio pubblicato sul Journal of Holistic Integrative Pharmacy punta i riflettori su una radice della medicina tradizionale cinese, il Polygonum multiflorum, usata da oltre mille anni e da sempre associata, nei testi antichi, alla capacità di "annerire i capelli e nutrirne l'essenza". A colpire i ricercatori non è tanto l'uso millenario quanto il fatto che la pianta sembrerebbe agire su più fronti insieme, invece che su un unico bersaglio come fanno i farmaci attuali. Nell'alopecia androgenetica un ruolo centrale, per esempio, ce l'ha il diidrotestosterone, un ormone che nel tempo assottiglia i follicoli compromettendone la capacità di produrre capelli sani: secondo la revisione, il Polygonum multiflorum potrebbe ridurne l'impatto, proteggendo i follicoli da uno dei principali motori della calvizie. 

Segnali biologici—  Gli altri effetti descritti nello studio riguardano la sopravvivenza delle cellule dei follicoli: la pianta aiuterebbe (il condizionale è d'obbligo, ndr) a mantenere quelle cellule attive più a lungo, evitando che muoiano troppo presto, un fattore che conta perché il ciclo di crescita dipende proprio da cellule vive. A questo si aggiunge l'attivazione di due segnali biologici legati alla rigenerazione dei tessuti, le vie Wnt e Shh, che regolano il passaggio dei follicoli dalla fase di riposo a quella di crescita attiva, e un miglioramento della circolazione nel cuoio capelluto, che porta più ossigeno e nutrienti ai follicoli. "La nostra analisi mette in dialogo la sapienza antica e la scienza moderna" spiega Han Bixian, primo autore della revisione. "Ciò che ci ha sorpreso è quanto i testi storici, a partire dalla dinastia Tang, descrivessero effetti che si allineano perfettamente con quello che oggi sappiamo sulla biologia dei capelli. Gli studi moderni confermano che non si tratta di folklore, ma di farmacologia". 

Nella medicina tradizionale cinese il Polygonum multiflorum viene sempre sottoposto a una lavorazione prima dell'uso. Secondo la revisione è la radice processata, non quella grezza, a mostrare un profilo di sicurezza favorevole, tanto da renderla più accettabile per chi teme gli effetti collaterali di finasteride e minoxidil. Ma prima di aspettarsi il ritorno dei capelloni, è bene sapere che le prove raccolte finora arrivano soprattutto da studi di laboratorio che i ricercatori non trattano come una prova definitiva, ma come un punto di partenza, in attesa di una sperimentazione più ampia sui pazienti. Ma l'idea che un antico rimedio della medicina tradizionale cinese possa funzionare poggia su una coincidenza che gli autori dello studio giudicano tutt'altro che casuale: gli effetti descritti nei testi della dinastia Tang anticiperebbero in parte (e col linguaggio del tempo) proprio i meccanismi molecolari poi mappati in laboratorio.

 

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