(fonte Libero)
La storia dell’Arca di Noè torna al centro dei racconti e dell’attenzione del web grazie ad una nuova, importante scoperta secondo la quale sette risultati fondamentali promettono di avvicinare la ricerca alla verità. L’annuncio non fa altro che riaccendere una certa curiosità intorno a uno dei racconti più celebri di sempre e alle domande che continua a suscitare. Ma che cosa rivelano davvero queste scoperte? E quanto possono aiutarci a capire se il mistero dell’Arca sia finalmente vicino a una soluzione?
La formazione a forma di nave sui monti della Turchia: potrebbe essere l’Arca di Noè
Andiamo con ordine e partiamo dal principio. Secondo alcuni, l’Arca di Noè sarebbe nascosta nella formazione di Durupınar, in Turchia, circa 29 chilometri a sud del monte Ararat. La sua sagoma incuriosisce da tempo ricercatori e semplici appassionati, ma l’aspetto esterno, da solo, non dimostra che si tratti di un relitto e molti geologi sono d’accordo sul fatto che si tratti di una formazione naturale. Il gruppo Noah’s Ark Scans, guidato dal ricercatore indipendente Andrew Jones, ha però presentato sette indizi a sostegno dell’ipotesi.
Il primo indizio è la sagoma: una struttura simile a un’imbarcazione, lunga circa 157–164 metri. Il team ritiene queste misure compatibili con i 300 cubiti citati nella Genesi.
Il secondo riguarda il terreno: uno studio del 2024 avrebbe rilevato, all’interno della formazione, una quantità di materia organica tripla rispetto all’esterno. Jones ipotizza che possa avere un collegamento con del legno decomposto.
Il terzo indizio arriva dalle scansioni radar. Dopo i rilievi del 2019, nel 2026 il sistema BakhtarRadar, utilizzato da Khosrow Bakhtar, avrebbe individuato schemi organizzati, angoli retti, possibili corridoi e camere sotterranee. Il gruppo segnala anche cinque anomalie interpretabili come un sistema di passaggi lungo circa 46 metri e una suddivisione che ricorderebbe i tre ponti dell’Arca. Alcune possibili cavità si troverebbero a tre o quattro metri dalla superficie, mentre altre raggiungerebbero profondità di circa tredici metri.
Il quarto elemento è l’assenza di roccia compatta nei punti perforati. Secondo Jones, i carotaggi in oltre dodici posizioni avrebbero incontrato soprattutto terreno nero ricco, raggiungendo i 18 metri in un punto e profondità tra cinque e otto metri in altri.
Il quinto riguarda l’origine delle anomalie: Bakhtar sostiene che i segnali possano provenire da uno stesso oggetto sepolto. Lo studioso, tuttavia, ammette di non sapere quale. I radar registrano differenze nel sottosuolo: trasformarle nella ricostruzione di una nave richiede ulteriori verifiche.
Il sesto indizio è rappresentato da 26 grandi pietre lavorate e forate, individuate in una valle vicina. I sostenitori dell’ipotesi le interpretano come pesi d’ancora, utilizzati per stabilizzare l’imbarcazione.
Il settimo elemento riguarda fossili marini e conchiglie presenti nella regione, a circa duemila metri di altitudine. Jones li collega al diluvio, ma la loro presenza non basta a dimostrare il racconto biblico.
La prova definitiva non c’è ancora: qual è la verità sull’Arca?
La risposta decisiva potrebbe arrivare dai laboratori. Il team riferisce di aver raccolto oltre 300 campioni, inviati all’Università di Ankara per cercare tracce di legno decomposto, resti animali e attività umana. Le analisi proseguiranno durante l’inverno. I risultati dovranno essere verificabili e sottoposti anche a valutazioni indipendenti.
E i 4.300 anni attribuiti all’Arca? Derivano da alcune cronologie bibliche, non da una datazione accertata del sito. Per ora, dunque, le sette scoperte si limitano a riaccendere il mistero senza darci alcuna risposta definitiva.
