sabato 10 ottobre 2026

SALUTE MENTALE

QUANDO CHIEDERE AIUTO

(fonte gazzetta dello sport)

Riconoscere un disturbo mentale non è sempre semplice, perché il confine tra una esperienza esistenziale dolorosa e una una vera e propria patologia è tutt’altro che facile da definire. Se poi si aggiunge lo stigma e il pregiudizio che ancora oggi accompagnano tutto ciò che riguarda la salute mentale il quadro si complica ulteriormente.

 Se una persona che fatica ad alzarsi dal letto è considerata semplicemente “pigra”, se chi assume psicofarmaci è considerato “matto”, se a sentirsi sbagliato è chi chiede aiuto, vuol dire che la strada da fare è ancora lunga, nonostante i tanti passi avanti fatti negli ultimi anni. Per questo è fondamentale imparare a riconoscere i segnali che fanno capire quando bisogna chiedere aiuto, e allo stesso tempo combattere i tanti pregiudizi che ancora oggi inquinano il dibattito sulla salute mentale. Pregiudizi che spesso ostacolano e rendono ancora più difficili le cure: “I dati ci dicono che c’è una quota importante – che riguarda tutte le patologie psichiatriche – di persone che non si rivolgono agli specialisti. Ad esempio, solo metà delle persone che soffrono di depressione si rivolgono a uno specialista” ha spiegato a Gazzetta Active il dottor Massimiliano Dieci, responsabile dell’Unità Operativa di Riabilitazione Psichiatrica Specialistica presso gli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza, in occasione della giornata mondiale della salute mentale.

Come spiega Dieci, i segnali possono essere molto diversi a seconda del problema: “Dipende molto da quale area della psicopatologia stiamo considerando. Per parlare dei disturbi più frequenti, per esempio, possiamo intuire un inizio di depressione quando incominciamo a vedere le cose più grigie, quando non abbiamo più la voglia di fare quello che normalmente facciamo, quando le cose che dovrebbero avere un riscontro e una risonanza emotiva positiva dentro di noi non ce l’hanno più, quello che ci faceva piacere non ci fa più sentire più niente”. Anche l’ansia – spiega Dieci – diventa un segnale da non sottovalutare quando comincia a limitare concretamente la vita quotidiana: “Per distinguere una normale preoccupazione da un’ansia patologica, dobbiamo capire quando questo vissuto inizia a rappresentare un elemento disfunzionale. Ad esempio, un conto è avere un po’ di preoccupazione di fare un lungo viaggio da solo in un posto che non conosciamo, un conto è avere un’ansia tale da non riuscire a prendere la macchina per andare a fare la spesa o per incontrare un amico. Nei disturbi più gravi può invece alterarsi la lettura dei significati di che accade intorno a noi. Nelle dimensioni più gravi della psichiatria, come le psicosi, le persone vedono inesistenti intenzioni negative negli altri, vedono rischi dove non ce ne sono, cominciano ad avere difficoltà con gli altri. Pensi ‘perché quello lì mi sta guardando?’ quando quella persona si sta semplicemente guardando intorno e – di conseguenza – guarda anche te. Ma se qualcuno incomincia a pensare che qualcuno stia guardando proprio lui e che magari ce l’abbia con lui, di solito è il segnale di una dimensione paranoidea: il leggere nelle cose delle intenzioni negative nei nostri confronti, intenzioni che in realtà non ci sono”.

Spesso chi soffre di un disturbo mentale deve combattere contro una minimizzazione generale dei sintomi da parte della società, di chi gli sta vicino, e a volte anche da parte di sé stesso: “Sono meccanismi di negazione che abbiamo tutti, magari più accentuati per quanto riguarda la salute mentale, ma sono propri di tutte le patologie, anche quelle fisiche. Quando la gente ha un problema spesso tende a far finta che non ci sia, non si rivolge al medico perché ha paura di cosa potrebbe scoprire, e alla fine ci va soltanto quando la cosa è più grave. A questo si aggiunge poi lo stigma ancora associato alla salute mentale, che è un meccanismo sociale e culturale. Seppur ridotto rispetto al passato, c’è ancora uno stigma importante sulle dimensioni psicopatologiche che porta a non parlarne, a non pensarci, a minimizzare i sintomi. Andare dallo psichiatra è considerata una cosa ancora stigmatizzante. I disturbi psichici sono esattamente come tutte le altre malattie. Si va perché c’è un problema e il medico cerca di curarlo: come in tutte le altre patologie a volte abbiamo terapie risolutive, altre meno" spiega il dottor Dieci.

Dieci sottolinea come per molti anni la psichiatria sia stata anche controllo sociale: "Pensiamo ai manicomi fino agli anni ’70, in cui i pazienti psichiatrici più gravi venivano di fatto isolati dal mondo. Oggi la psichiatria, per fortuna, ha preso un’altra strada, è rientrata pienamente nell’alveo della medicina, per cui i disturbi psichiatrici devono oggi essere considerati delle malattie come tutte le altre, nonostante i pregiudizi ancora presenti”. Ricollegandosi poi al problema della minimizzazione dei sintomi, Dieci aggiunge: “Alcuni disturbi psichiatrici talvolta vengono interpretati non come una patologia ma come una cattiva volontà delle persone. Ora, intendiamoci, ci sono davvero anche degli atteggiamenti voluti che sono disfunzionali e non hanno niente a che fare con la psichiatria, ma spesso si tende a confondere un disturbo psichiatrico con una cattiva volontà del paziente, quando invece è una malattia: un depresso che non si alza dal letto non è pigro, non puoi dirgli ‘esci e fai una passeggiata’, perché in quel momento non ce la fa. È questo che bisogna capire”.

Lo stigma riguarda anche le terapie farmacologiche, che spaventano ancora. “Questo aspetto è correlato a quello che dicevamo prima: ‘se prendi gli psicofarmaci sei matto, quindi non prenderli. Anzi, non parliamone affatto’. In realtà gli psicofarmaci oggi funzionano molto bene” sottolinea Dieci: “Abbiamo a disposizione psicofarmaci molto efficaci per molte condizioni, anche se non ancora tutte. Possiamo però contare su molte terapie diverse, che coprono situazioni e patologie che fino a pochi anni fa non si potevano trattare. Tra le paure più diffuse ci sono la dipendenza e il timore che i farmaci possano cambiare la propria personalità: se i farmaci vengono utilizzati e somministrati in maniera corretta, sotto controllo medico, non provocano dipendenza. E non cambiano nemmeno la personalità: i farmaci intervengono sui sintomi, magari su sintomi di fondo che qualcuno può confondere con la personalità, ma di certo non cambiano aspetti profondi”.


 

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