lunedì 2 novembre 2026

IL MONDO FINIRA' TRA 11 GIORNI?

ECCO LA TEORIA DEL 1960

Mancano appena 11 giorni ad una data che, secondo una datata teoria scientifica tornata improvvisamente alla ribalta in questi giorni, potrebbe segnare la fine del mondo. Si tratta di una previsione che, formulata negli anni Sessanta, descrive uno scenario apocalittico davvero inquietante, in grado di mettere in discussione il futuro dell’umanità. Ma da dove arriva questa profezia, perché è tornata a circolare proprio adesso e cosa c’è realmente dietro l’allarme?

La fine del mondo arriverà il 13 novembre 2026: la sconvolgente previsione di uno scienziato

Andiamo con ordine e partiamo dal principio. La data cerchiata in rosso è venerdì 13 novembre 2026. Non è stata scelta da un moderno profeta dell’apocalisse né da qualche invasato comparso sui social, ma compare in un lavoro scientifico pubblicato nel 1960 sulla rivista Science. A firmarlo fu Heinz von Foerster, fisico austroamericano dell’Università dell’Illinois, insieme ai suoi collaboratori. Il gruppo aveva analizzato l’andamento della popolazione mondiale lungo circa duemila anni, cercando di tradurre la crescita degli esseri umani in un modello matematico. Il risultato era tanto spettacolare quanto spaventoso: prolungando nel futuro la curva osservata, il numero degli abitanti della Terra avrebbe continuato ad aumentare fino ad avvicinarsi, proprio in quella data, a un valore infinito. Non significava che il pianeta potesse davvero ospitare infinite persone, ma che la formula raggiungeva un limite oltre il quale perdeva significato. L’immagine evocata dallo scienziato era agghiacciante. La catastrofe non sarebbe arrivata per mancanza di cibo: gli esseri umani, ammassati in quantità impossibili, sarebbero stati letteralmente schiacciati dalla folla. Un finale degno del più cupo film distopico, nato però da un calcolo sulla demografia.

Perché la teoria degli anni ‘60 prevedeva un’apocalisse per l’umanità

La coincidenza con venerdì 13 ha reso questa storia più irresistibile per chi ama le profezie catastrofiche. E il ritorno della previsione sui media, a pochi giorni dalla fatidica scadenza, ha riportato alla luce una paura che attraversava già il Novecento: quella di un pianeta destinato a diventare troppo affollato. Non era, del resto, un’ossessione isolata. Nel 1968 il biologo Paul R. Ehrlich pubblicò The Population Bomb, un libro che denunciava i rischi di una crescita demografica fuori controllo. In quegli anni, l’aumento degli abitanti del pianeta sembrava inarrestabile e le cifre alimentavano scenari drammatici Alla base del ragionamento di von Foerster c’era un’ipotesi precisa: la capacità degli esseri umani di collaborare, inventare strumenti e migliorare le proprie condizioni avrebbe favorito una crescita sempre più rapida della popolazione. Ma una proiezione matematica non è una sfera di cristallo. Dipende dalle condizioni che si scelgono di mantenere costanti, mentre la società può cambiare profondamente da un decennio all’altro.

Cosa accadrà davvero il 13 novembre? Perché le previsioni sono cambiate

Le previsioni formulate negli anni Sessanta non hanno però seguito il percorso immaginato dai loro autori. I grandi aumenti demografici del passato dipendevano anche dai progressi nella medicina, nell’igiene e nella produzione alimentare: più bambini sopravvivevano e l’aspettativa di vita cresceva. Con il tempo, però, sono cambiati anche i comportamenti delle famiglie. Il calo della mortalità infantile, la diffusione della contraccezione e l’urbanizzazione hanno accompagnato una riduzione delle nascite. Inoltre, il tasso di natalità mondiale è oggi circa la metà di quello del 1960.

Ecco perché non esiste ovviamente più alcuna ragione scientifica per aspettarsi un collasso dell’umanità il 13 novembre 2026.

 

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